Il CESR e la definizione di consulenza

Lente_2La Committe of European Securities Regulators (CESR) ha pubblicato un documento di consultazione “che cerca di chiarire ed illustrare le situazioni in cui le imprese saranno o meno considerate fornitrici di consulenza in materia di investimenti.”

La consulenza in materia di investimenti è stata infatti sottoposta dalla legislazione europea (sistema MiFID) ad una specifica ed importante disciplina.

Questa disciplina si fonda sulla percezione di un fondamentale problema: i consigli di investimento forniti dalle banche, dalle SIM, dagli emittenti e dagli intermediari finanziari in genere, possono essere viziati da conflitti di interesse e pertanto possono non corrispondere alle esigenze dei destinatari.

E’ interessante leggersi i “considerando”, ossia le motivazioni, che aprono le direttive 2004 39 CE e 2006 73 CE: essi mostrano molto chiaramente che i legislatori europei si rendono ben conto del problema, lo descrivono con precisione e ritengono necessario porre rimedi.

Tuttavia la soluzione dettata è un compromesso: le imprese che esercitano l’attività di collocamento e di intermediazione potranno continuare ad affiancare a queste attività la consulenza agli investitori. E’ stabilito però un principio di tutela di questi ultimi, il principio di adegutezza. Per esso, ogni consulenza deve essere adeguata alle esigenze dell’investitore. Queste esigenze devono essere rilevate assumendo informazioni sul cliente e definendo, sulla base di queste, i limiti alle operazioni consigliabili.

Meglio di niente. La soluzione presenta però due grandi difetti. Il primo è che non intercetta in alcun modo i costi impliciti (caricamenti, commissioni, ecc.) nei prodotti consigliati agli investitori, in quanto il principio di adeguatezza ha a che fare con il rischio – ossia con l’incertezza dei rendimenti attesi – non con i costi. Insomma un portafoglio potrebbe essere perfettamente adeguato e nello stesso tempo totalmente inefficiente.

Il secondo problema è appunto quello che affronta il CESR: stabilire quali siano i confini della consulenza in materia di investimenti ed evitare che la normativa sia aggirata – o che comunque l’investitore sia indotto in inganno – è assai difficile. Qualche esempio? Se un promotore illustra al cliente, che conosce da tempo e di cui ha rilevato il profilo, i vantaggi di un fondo di investimento, sta facendo o no una consulenza? Se il cliente dice in banca che non vuole rischiare nulla e riceve un depliant che parla di un prodotto a capitale garantito, sta ricevendo o no una consulenza? Se sul sito web della banca trovo una serie di portafogli modello, divisi per propensione al rischio e con tanto di prodotti indicati, sto ricevendo o no una consulenza?

Questi sono esempi semplici, chi lo desidera può leggersi tutto il documento di consultazione del CESR (http://www.cesr-eu.org/index.php?page=consultation_details&id=150) e verificare l’ampiezza e difficoltà della problematica.

Il nocciolo della questione è che lo stesso soggetto, mediante la medesima persona, svolge sia attività di vendita che attività di consulenza. Tenere distinte le due cose è facile solo a dirsi.

Per la verità le direttive MiFID, oltre al principio di adeguatezza, presentano agli investitori un’altra tutela. Infatti riconoscono e definiscono un secondo genere di consulenti in materia di investimenti. Consulenti caratterizzati proprio dall’assenza di conflitti di interesse, in quanto non svolgono attività di collocamento ed intermediazione e non detengono in alcun modo il denaro dei clienti. Stiamo parlando dei consulenti finanziari indipendenti, quelli veri.

Il ricorso ad essi ovviamente è una facoltà dell’investitore. E comporta un costo. Tuttavia chi voglia leggersi le direttive citate ed il documento di consultazione del CESR può rendersi ben conto di quante siano le problematiche prodotte dai conflitti di interesse e di quanto preziosa sia una consulenza indipendente.

Paolo Tirabassi  – Studio Tirabassi – www.studiotirabassi.it – Reggio Emilia

(Crisi marxiane)…..e crisi monetarie.

2861370Facendo seguito al precedente articolo “Crisi Marxiane”, sollecitati anche dall’intervento e dalle obiezioni di un lettore, tenteremo un approccio differente per spiegare la crisi finanziaria, peraltro ancora in atto ma per fortuna in fase di rientro, e per farlo utilizzeremo un caposaldo della teoria economica classica ovvero la “Teoria quantitativa della moneta”.
Storicamente la TQdM, nata nel Settecento in epoca mercantilista, ha subito lunghi periodi di “disaffezione” ma ha continuato ad essere discussa e rielaborata da grandi teorici dell’economia. Questo fino ai nostri giorni. Nella sua formulazione piu’ recente la TQdM è definita come segue:
MV=PQ
essendo “M=quantità di moneta presente nel sistema”, “V=velocità di circolazione monetaria”, “Q=quantità di bene prodotti” ed infine “P=livello generali dei prezzi”.

Se definiamo Q=Y essendo ” Y=reddito nazionale ” avremo, operando delle semplici sostituzioni, una formulazione del tipo : Y = MV/P equazione che mette in relazione di dipendenza reddito, flussi monetari e prezzi.
In particolare, usando regole elemetari di derivazione, otterremo dY/dM>0 , dY/dV>0 ed infine dY/dP<0 per cui avremo che, a parità di valori delle variabili considerate, il reddito aumenta all’aumentare sia della quantità di moneta che della sua velocita di circolazione mentre diminuisce all’aumentare del livello generale dei prezzi.
Ora, tornando alla crisi acuta che ha colpito il sistema creditizio a partire da settembre 2008, presumiamo che tale crisi di sistema sia stata determinata da una “V” molto prossima allo zero. Assumendo infatti l’ipotesi semplicatrice che “M=depositi bancari”, sappiamo che ad un certo momento le banche, detentrici di questi depositi, non lasciavono circolare gli stessi per ovvie ragioni di rischio creditizio.
Considerando dunque il modello TQdM si vede bene che una velocità di circolazione pari allo “zero” fotografa una situazione di apocalisse finanziaria che ha come conseguenza ” Y=0 “, ovvero l’ azzeramento totale del reddito nazionale .
Lo stesso semplice modello ci dice inoltre che, tenendo ferma l’ ipotesi sull’annullamento di “V”, nessuna immissione di moneta da parte dei governi avrebbe funzionato da stimolo sull’economia reale (Y), questo perchè il flusso monetario “MV” sarebbe rimasto identicamente nullo per qualsiasi livello della quantita’ di moneta presente nel sistema.
Si capisce dunque la enorme difficoltà dei governi e delle banche centrali che si sono visti/e costretti/e a dover ingoiare il rospo di finanziare le banche le quali, in qualche maniera, erano esse stesse la causa della crisi finanziaria in corso.
Il semplicissimo schema della TQdM puo’ inoltre fornirci la chiave interpretativa di una delle sfide del futuro per evitare che disastri finanziari di tale portata abbiano a replicarsi e cioè sottrarre al sistema bancario, per quanto possibile, il controllo totale e planetario del sistema creditizio tutelandolo dietro indirizzo di appositi organismi sovrananzionali.

Cosimo Andretta – Napoli

La variabilità del rendimento … dolore e piacere

Daniel_KAHNEMANGli economisti comportamentali, cioè coloro che hanno dimostrato che i risparmiatori non sono assolutamente razionali, ma  molto emotivi, stimano che una fitta di dolore derivante da un calo dei propri rendimenti non è compensata da una gioia, anzi l’effetto negativo può essere 2,5 volte più grande dell’effetto positivo derivante da un incremento dei rendimenti. Come si suol dire ”poggio e buca, non fa piano”. Il problema degli strumenti finanziari ad alto rendimento è il loro altrettanto elevato  rischio, cioè elevata volatilità o meglio ancora elevata variabilità dei rendimenti. Nelle fluttuazioni giornaliere c’è una elevatissima quantità di rumore, di variazioni in alto e in basso che creano innumerevoli tensioni, ma che sono solo rumore, non ci comunicano nessuna valida informazione, sono solo movimenti casuali, giustificati ex post da comunicazioni di dati macroeconomici o dalla velocità della diffusione dell’influenza.

Ipotizziamo di aver fatto un investimento dove ci attendiamo un rendimento del 15% superiore ai titoli di stato a breve termine con un tasso di errore (volatilità) del 10% l’anno. Questo significa (per il principio della distribuzione normale) che ci aspettiamo con una probabilità del 68% di ottenere un rendimento tra il minimo del  5% e un massimo del 25%. Significa anche che con una probabilità del 95% otterremo un rendimento compreso tra un minimo del -5% e un massimo del 35%.

Invece con una probabilità del 93% siamo certi nell’arco di un anno di non avere mai una perdita e quindi di avere comunque un profitto. Visto su una scala temporale molto piccola, ciò si traduce in una probabilità di solo il 50,02 % di guadagnare in un dato secondo.

Scala Temporale Probabilità
1 anno 93 %
1 trimestre 77 %
1 mese 67 %
1 giorno 54 %
1 ora 51,3 %
1 minuto 50,17 %
1 secondo 50,02 %

L’esame minuto per minuto dei risultati fa si che ogni giorno (ipotizzando 8 ore ) il risparmiatore avrà 241 minuti piacevoli e 239 minuti di dolore. In un anno ce ne saranno 60.688 piacevoli e 60.271 spiacevoli. Ora se è vero che l’effetto del dolore è 2,5 volte più grande dell’effetto del piacere, il risparmiatore riceve un forte deficit emotivo dall’esame frequente dei risultati.

Se il risparmiatore controlla i risultati una volta al mese, avrà solo 4 fitte di dolore, contro otto sensazioni di piacere. Se i risultati sono controllati solo una volta l’anno, nei prossimi 20 anni avrà 19 sorprese piacevoli per ogni sorpresa negativa. Questa proprietà della casualità legata alla scala temporale è generalmente incompresa, dagli investitori emotivi, cioè tutti, non esistendo l’investitore perfettamente razionale.

Se prendiamo il rapporto tra rumore e rendimento, in un anno osserviamo circa 0,7 parti di rumore per ogni parte di rendimento; in un mese circa 2,32 parti di rumore per ogni parte di rendimento e in un secondo, 1.796 parti di rumore per ogni parte di rendimento.

Alcune conclusioni:

1)    Su intervalli temporali brevi, quel che si osserva è la variabilità del portafoglio, piuttosto che il suo rendimento; in altre parole si vede la varianza.

2)    Le nostre emozioni non sono progettate geneticamente per cogliere questo fatto. Per l’investitore sarebbe molto meglio guardare solo i rendiconti mensili e forse sarebbe meglio limitarsi a quelli annuali

3)    Quando un risparmiatore controlla il suo portafoglio quotidianamente, sorrido perché si sta procurando dolore gratuitamente, ma mi aiuta a ricordarmi due cose: primo, di non dimenticarmi mai che quel risparmiatore, è un essere umano e quindi assolutamente lontano anni luce dall’essere razionale, quindi devo portare rispetto all’uomo prima che al risparmiatore; secondo, che io sono uguale a lui, cioè non sono razionale, sono estremamente incline a lasciarmi sommergere dal caso e dalle emozioni.

Il mio solo vantaggio nella vita è che conosco alcune mie debolezze, soprattutto so di essere incapace di  dominare le mie emozioni di fronte alle notizie e di vedere chiaramente i rendimenti disgiunti dal rumore; quindi la soluzione è eliminare l’accesso esasperato all’informazione e quando voglio fare day trading o scalping, assicurarmi che il giorno prima abbia fatto il pieno di “piacere”.

Alessandro Giacomelli – www.alessandrogiacomelli.it – Firenze

“La consulenza”: siamo tutti consulenti

Non ho potuto non soffermarmi e leggere con attenzione la pagina 10 de Il Sole 24 Ore di venerdì 30 Ottobre. Si trattava di una pagina di informazione pubblicitaria. Era intitolata: “Consulenza finanziaria per ogni cliente”. La parola “consulenza” appariva una decina di volte nell’intera pagina. Addirittura l’esame per promotore finanziario è diventato l’esame per consulente finanziario (che abbiano aperto l’albo solo per loro a nostra insaputa???).

Ovviamente, e per fortuna, mancava un aggettivo importante ad affiancare la parola consulenza: INDIPENDENTE.

Infatti non metto in dubbio che i promotori e i private banker non prestino consulenza ai propri clienti, anzi! Il problema è che quella consulenza non è indipendente e disinteressata, ma pagata a carissimo prezzo attraverso i prodotti che vengono fatti acquistare dal cliente (sull’argomento è intervenuto anche Plus del giorno successivo con un approfondimento sulla consulenza). Io ho avuto occasione di analizzare portafogli di clienti della rete che si pubblicizzava in questa famosa pagina. Prodotti con costi impliciti superiori al 3% annuo sono diffusi. Non lo dico solo io: in alcuni casi il costo è esplicitato nel prospetto informativo del prodotto stesso.

Si tratta quindi di consulenza molto ben remunerata. E qui mi aggancio per un’altra riflessione, che scaturisce da una recente esperienza personale. Si presenta più volte in ufficio un signore molto benestante, abituato a gestire da sé i propri risparmi e che quindi si tiene aggiornato in materia finanziaria. Data la sua propensione molto avversa al rischio, che lo porta ad investire in strumenti a bassissimo rendimento, non ritiene di dover “pagare” per una consulenza completa (cioè consigli di investimento e successivo monitoraggio periodico continuativo). Perciò gli propongo di effettuare incontri periodici per discutere di scenari macroeconomici o argomenti a suo piacere. La fee che gli propongo per più incontri suddivisi nell’anno è di circa lo 0,12% annuo sul suo patrimonio. Mi dice che è  troppo, perché: 1) lo scenario comunque ce l’ho in mente e posso raccontarlo senza fatica; 2) all’ufficio private della sua banca una chiacchierata sulla situazione generale gliela fanno anche gratis. Tempo fa ho analizzato la posizione di un cliente seguito da una primaria rete di private banking. All’interno di una GPF (già di per sé costosa e inefficiente) la banca aveva fatto firmare un contratto di “Consulenza Activa” al modico ulteriore costo di 0.60% annuo e l’output di questo servizio era una paginetta con una panoramica sintetica degli andamenti dei mercati accompagnati da un giudizio simbolico: l’orsetto, il torello e la bilancia.

Il punto è che i risparmiatori non si rendono conto che la consulenza la pagano sempre. Quella che ottengono da intermediari e reti di promotori ha un costo occulto quindi il risparmiatore non si accorge di pagarla. Quella fornita dagli indipendenti ha un costo esplicito molto inferiore, si estrinseca in investimenti molto più trasparenti e remunerativi. Infine, ma non da ultimo, mi sento anche di fare una considerazione sulla qualità del servizio: la mia esperienza da indipendente mi ha permesso di toccare con mano il basso livello di qualità della consulenza offerta dai “venditori”.

In definitiva: è meglio prelevare al cliente tre punti percentuali l’anno cercando di non farglielo percepire, pagarsi una sede prestigiosa, pagare il paginone del giornale … oppure essere trasparenti, chiedere in proporzione molto meno ed essere sempre e comunque dalla sua parte?

La mia impressione è che al momento stiano ancora vincendo “loro”. Speriamo che il tempo e la tenacia dia ragione anche a “noi”.



Maila Bozzetto – Imad2 -  www.imad2.it – Vicenza

Più equilibrata la lotta tra Tori e Orsi

Settimana negativa, la scorsa, per l’azionario: S&P 500 -2,88% negli USA, Stoxx -1,83% in Europa e Borsa di Milano -4,37% in Italia.

Torniamo al trend di lungo periodo ribassista? Hanno dunque ragione gli “orsi” che temono la repentina salita delle borse da Marzo 2009 ad oggi e pronosticano nuove e pesanti discese dei listini?

Se ascoltiamo la recente analisi di mercato eseguita da Barron’s, settimanale della Dow Jones che si pubblica a New York, siamo portati a pensare di no. La maggioranza dei manager intervistati è ancora rialzista, sebbene giudichi con maggior circospezione le potenzialità di salita delle borse. In altre, parole, “i soldi facili ormai sono stati fatti” e d’ora in poi i rialzi saranno giustificati solo se legati ad aumenti degli utili attesi.
L’opinione maggioritaria ritiene che la scommessa dell’Amministrazione Obama, cioè supplire per un periodo alle carenze dei mercati e all’incapacità di reagire con iniezioni di denaro pubblico e con agevolazioni fiscali, possa essere vinta. Infatti, i senatori americani stanno già preoccupandosi di rispondere alle legittime aspettative di chi si chiede cosa sosterrà il mercato della casa dopo la fine del programma di agevolazioni fiscali, e pensano di estendere la validità degli aiuti sia in linea temporale sia in termini monetari di reddito degli aspiranti utenti (6500 Euro di risparmi fiscali per chi ha reddito non superiore a 125.00 dollari se single, o 250.000 se sposato).

In effetti, c’è da aspettarsi che il governo statunitense non voglia farsi trovare impreparato alle elezioni di Mid Term nell’autunno 2010, e ritenga vantaggioso presentarsi agli elettori con un’economia che ha già ricominciato a macinare risultati, anche in termini occupazionali.
Fino ad ora la ripresa è “jobless”, cioè senza la produzione netta di nuovi posti di lavoro, ma le previsioni dicono che, dopo un ulteriore innalzamento a 10,2%, si tornerà indietro. Appuntamento tra marzo e aprile 2010 per la verifica.

Una caratteristica saliente della ricerca di Barron’s riguarda poi lo scacchiere geografico: gli USA faranno bene, ma ancora meglio faranno gli asiatici e i latinoamericani. Inoltre, tutte le società legate alle materie prime di base (metalli, minerali, energia sotto forma di gas e petrolio) riceveranno impulso da un ciclo economico mondiale di espansione di rara potenza.

Condividiamo. Tuttavia, per prudenza e per evitare esperienze troppo dolorose, proteggeremmo il portafoglio con opportuni ordini di vendita se le quotazioni degli attivi rischiosi dovessero scendere più del 15%.

CONCLUSIONI

La ricerca di rendimento che remuneri il rischio passa oggi per il settore azionario e per le materie prime. Occorre perciò inserire in portafoglio questi attivi nella misura della propria propensione al rischio.
A copertura di tali posizioni possono essere utilizzati titoli governativi decennali, con grande cautela e attenzione al timing di rialzo dei tassi di interesse, che dovrebbe situarsi per la BCE non prima di giugno 2010.
Poca soddisfazione dall’obbligazionario e dal cash, salvo cercare ottimi fondi specializzati.

Stelvio Bo – Bonoplus – www.bonoplus.itMilano

La Previdenza per la Pensione

PensionatiLa pensione è un argomento che, anche se in modo diverso, interessa tutti, ad ogni età. Nonostante questo, soprattutto in Italia, per una serie di fattori che sarebbe qui troppo lungo elencare, la sensibilità dell’individuo si manifesta, quasi sempre, solo in prossimità del tanto atteso/temuto raggiungimento della pensione medesima, intorno ai 50-55 anni di età. La maturità personale, lavorativa e famigliare sono spesso consolidate in questa fascia di età e quindi si comincia a “guardare in avanti” con interesse quando non addirittura con apprensione.

Questo atteggiamento fino a qualche anno fa non era penalizzante più di tanto. Quando mancavano una decina d’anni circa all’età di presunto pensionamento si andava all’INPS o al proprio ente di previdenza, ci si faceva fare “l’esplorativa” e si cominciava il conto alla rovescia sapendo che dal giorno “x” l’attività lavorativa sarebbe cessata ma che l’assegno mensile dell’INPS “a grandi linee” sarebbe stato di importo poco inferiore (80-90% circa) all’ultima retribuzione percepita.

Se escludiamo coloro che andranno in pensione nei prossimi 5-7 anni, per tutti gli altri questo ragionamento non sarà mai più valido. Infatti nel 1995 la riforma Dini (L. 335/95) ha, per sempre, cambiato le regole.

La sostituzione, seppur graduale, del metodo di calcolo dell’assegno di pensione da “retributivo” a “contributivo” ha comportato e comporterà un generalizzato abbassamento delle prestazioni pensionistiche pubbliche e di categoria, anche influenzate, per fortuna, dall’allungamento dell’aspettativa di vita media di uomini e donne. Infatti le prestazioni oggi previste dal primo pilastro previdenziale per coloro che andranno in pensione nei prossimi decenni, prevedono un assegno non superiore  al 50% ( ! ) dell’ultimo stipendio.

Da parte pubblica si sono fatti non pochi tentativi di compensare il previsto brusco abbassamento delle prestazioni pensionistiche. La riforma Maroni del 2004 ( L.243/04), per esempio, ha incentivato il ricorso da parte del lavoratore alla previdenza complementare con l’istituzione di versamenti aggiuntivi del lavoratore e del datore di lavoro ai fondi di categoria e con la possibilità di utilizzare per il medesimo scopo il TRF in accantonamento.

E’ certo che queste due componenti non riusciranno comunque a garantire al neo pensionato del 2030 un assegno di pensione simile all’ultimo stipendio percepito. E’ quindi ormai necessario interessarsi sin da giovani alla propria pensione.

Il tema della previdenza integrativa è infatti balzato agli onori della cronaca negli ultimi 10 anni, peccato che il messaggio è stato veicolato, utilizzato e “ammaestrato” da chi ha avuto ed ha tutt’ora un grande, enorme interesse economico sull’argomento.

Se è vero che il tema è giusto e importante è anche vero che è stato da anni ormai utilizzato da compagnie assicurative e banche come pretesto per un collocamento di massa di prodotti assicurativo-finanziari apportatori di grandissimi margini di guadagno, per le banche e assicurazioni ovviamente ! Le polizze vita, le unit-linked in particolare, hanno così alti margini di guadagno per chi le vende, da aver giustificato la nascita di intere strutture commerciali aventi il solo scopo di piazzare sul mercato tali prodotti.

Collocamento avvenuto in quantità davvero “industriali” in Italia negli ultimi anni ma che, seppur teoricamente stimolato dal voler affrontare e risolvere il problema del GAP previdenziale al quale incorreranno le future generazioni di pensionati, ha poi, purtroppo, lasciato sempre spazio alla logica della vendita fine a se stessa e pianificata per il mero conseguimento di elevati guadagni di Assicurazioni, banche e promotori finanziari.

I prodotti collocati soffrono infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, di gravi inefficienze gestionali nonché di strutture di costi espliciti e occulti che vanificano e rendono irraggiungibile l’obiettivo per il quale sono stati sottoscritti.

Il problema, però, rimane ed è quindi giusto e necessario affrontarlo.

Un’analisi seria (e non condizionata dal conflitto di interesse tipico del venditore di strumenti finanziari) della posizione del singolo lavoratore, una ricerca seria di strumenti efficienti, flessibili ed economici rendono possibile una corretta identificazione del problema , del conseguente obiettivo/soluzione e dei migliori strumenti per realizzarlo.

L’aiuto e la consulenza di un professionista qualificato possono dare al lavoratore di oggi e pensionato di domani una serenità e una sicurezza economica adeguata.

Non dimentichiamoci però che, essendo progetti di medio-lungo periodo, nessuno strumento per quanto efficiente e nessun professionista per quanto qualificato potranno far raggiungere l’obiettivo al futuro pensionato se questi non saprà essere sin da oggi “disciplinato”, costante e perseverante nella sua attività di accantonamento di una parte di reddito attuale a beneficio della sua rendita futura. E in questo senso prima si inizia e più sarà facile raggiungere il risultato desiderato.

Luca Rizzi – Torino

info@lucarizzi.it

Con l’Arbitro Bancario Finanziario una possibilità in più per i clienti delle banche!

L'ArbitroSe avete avuto problemi con la Vostra Banca, o con lo sportello della Posta, ora avete una strada aggiuntiva per rivendicare i Vostri diritti. E’ stato infatti introdotto  l’Arbitrato Bancario Finanziario, una nuova procedura di risoluzione delle controversie che si svolgerà sotto il controllo della Banca d’Italia.

Sono soggetti alle decisioni dell’Arbitro le banche, gli intermediari iscritti negli elenchi previsti dal Testo unico bancario, gli istituti di moneta elettronica che operano in Italia, Poste italiane per le attività di Bancoposta e le banche e gli intermediari esteri che operano in Italia

E’ un sistema stragiudiziale che offre un’alternativa più semplice, rapida ed economica rispetto al ricorso al giudice. L’Arbitro è un organismo indipendente ed imparziale composto da cinque membri, di cui due nominati dalle associazioni dei consumatori e di categoria e tre dalla Banca d’Italia, che decide, in pochi mesi, chi ha ragione e chi ha torto. C’è, però, una procedura che i clienti devono rispettare: il reclamo alla banca é il primo passo; in caso di silenzio da parte della stessa o di risposta insufficiente, si può attivare il ricorso che puo’ avvenire via web, con posta elettronica certificata oppure per posta tradizionale, via fax o addirittura a mano.

Le decisioni non sono vincolanti come quelle del giudice, ma se l’intermediario non le rispetta, il suo inadempimento è reso pubblico e se il cliente non rimane soddisfatto della decisione dell’Arbitro può comunque rivolgersi al giudice.

L’Arbitro può decidere tutte le controversie che riguardano operazioni e servizi bancari e finanziari, come ad esempio i conti correnti, le carte di credito (anche revolving), i mutui, i prestiti personali fino a 100.000 euro, se il cliente chiede una somma di denaro; senza limiti di importo quando si chiede soltanto  di accertare diritti, obblighi e facoltà (ad esempio quando si lamenta la mancata consegna della documentazione di trasparenza o la mancata cancellazione di un’ipoteca dopo aver estinto un mutuo).

Non possono essere decise controversie che riguardano servizi ed attività di investimento quali la compravendita di azioni ed obbligazioni, od operazioni in strumenti derivati che sono di competenza del sistema di conciliazione ed arbitrato della Consob attraverso l’Ombudsman giurì bancario; e  nemmeno controversie di beni e servizi  quali il bene concesso in leasing o venduto mediante operazioni di credito al consumo, oppure le forniture connesse a operazioni di factoring.

Non possono essere ricomprese controversie relative ad operazioni o comportamenti anteriori al 1 gennaio 2007. Per presentare il ricorso basta versare un contributo spese di 20 euro, che viene rimborsato dall’intermediario se il ricorso è accolto.

Non si può ricorrere se è pendente una causa o un altro tipo di conciliazione. Se sarà proposta una class action, l’arbitrato è escluso se il consumatore o utente aderisce all’azione collettiva.

Dato che per il ricorso all’Arbitro non è necessaria l’assistenza di un avvocato, il cliente può essere adeguatamente assistito da un consulente indipendente, con notevole risparmio di costi ed un’assistenza tecnica più completa e puntuale.

Alla base del nuovo organismo vi è un intento semplificativo del rapporto banca-cliente soprattutto in relazione al restringimento di tempi e costi per la soluzioni delle varie questioni. Tra la domanda del risparmiatore e la decisione non dovranno passare più di sei mesi. Una vera rivoluzione se si pensa ai tempi della giustizia civile.

Fabrizio Taccuso – Studio Andreoli & Taccuso – Mantova -  mantovafinanza.blogspot.com

fabrizio.taccuso@alice.it

Prudenza e rischio/rendimento

Tempi duri per gli investitori. Il mercato monetario è avaro di rendimenti, i titoli di stato richiedono una durata significativa per dare qualche soddisfazione (il BTP in scadenza il 1 Settembre 2019 rende il 4% lordo) e le obbligazioni industriali e bancarie non offrono molto di più. I mercati azionari, dopo una storica risalita che dura da quasi otto mesi, sembrano preda di varie perplessità sul proseguimento della tendenza al rialzo. Si profila, è vero, un disallineamento delle economie cosiddette “emergenti” dai primi della classe (USA, Europa e Giappone) ma un test probante della loro marcata autonomia ancora non c’è stato.

Una linea di maggior affidabilità, alla luce delle ancora incerte tendenze economiche globali odierne, è legata ai consumi di materie prime. L’opinione che l’economia globale crescerà nei prossimi due anni intorno al +4/5% all’anno è largamente condivisa, salvi gli avvertimenti sui pericoli di deflazione (o di inflazione, a seconda dei commentatori) e di nuove catastrofiche bolle.
I profeti di prossime sventure, tuttavia, sono via via più cauti e isolati, nè ci sembra che le loro analisi siano fondate su argomenti particolarmente convincenti. Segnaliamo una “conversione” eccellente dalle fila degli “orsi” a quelle dei “tori”: Richard Bernstein, ex capo degli investimenti di Merrill Lynch, in linea con alcuni ottimi analisti italiani (Alessandro Fugnoli tra questi) consiglia di prendere rischi sulle borse, in particolare su quelle dei paesi emergenti.

La tendenza che vuole caratterizzare questo articolo è quella di individuare di settimana in settimana le opportunità di investimento più solide, quelle dove la direzione dei mercati è più chiara e destinata a durare. Ad oggi, non vediamo settore più interessante di quello delle materie prime: si dice che questo sarà il secolo della Cina, e con lei del continente asiatico.
Una caratteristica di quelle zone geografiche è di essere intensamente popolate, di avere un grande desiderio di emulare lo stile di vita occidentale e di essere in veloce movimento verso tale scopo.
Non occorre molta fantasia per tirare la conclusione che la domanda di energia e metalli subirà un brusco innalzamento nel prossimi anni e lustri. Petrolio, rame, zinco e alluminio saranno i primi beneficiari (e già lo sono stati) di questa tendenza.

I mezzi per cavalcare in anticipo il bull market delle materie prime possono essere vari: dal seguire repliche degli indici dei prodotti a investimenti nelle aziende della produzione, trasporto e distribuzione degli stessi.

Prudenza vuole che si maneggi con cura il comparto delle obbligazioni a lungo termine, che hanno dato nei mesi scorsi buone soddisfazioni. Occorre molta attenzione al timing dei tassi di interesse, che fra qualche mese potrebbe muoversi dall’attuale posizione di stabilità sui minimi storici raggiunti.

CONCLUSIONI

Aumentare la percentuale di portafoglio dedicata alle materie prime; mantenere posizioni azionarie, specie su paesi emergenti e su valute in trend di apprezzamento (dollaro australiano, renminbi, real brasiliano).
Sempre interessanti gli hedge funds, che stanno avendo un anno eccezionalmente buono, mentre è d’obbligo la cautela sugli obbligazionari oltre i tre anni, sia titoli di stato sia corporate.
Terremmo la liquidità su bassi livelli.

Stelvio Bo – Bonoplus – www.bonoplus.it - Milano

Conosciamo i derivati? n.1

wallstreet contrInizia oggi una serie di miei contributi che hanno la scopo di informare il lettore sull’argomento derivati.

I derivati sono considerati dall’opinione pubblica cattivi strumenti finanziari, capaci solamente di arrecare danni. Io li paragono ad un bisturi; cambiano gli effetti a seconda di come lo si usa! se nelle mani di un chirurgo può salvare una vita, può causare invece danni se ad utilizzarlo è uno studente di medicina al primo anno, mentre ancora se lo maneggia una persona senza scrupoli può provocare la morte. Stessa cosa accade per i derivati: sono uno strumento, e uno strumento non è ne buono ne cattivo per sua natura, semmai può essere più  o meno adatto allo scopo e più o meno efficiente. Quindi sta a chi lo utilizza scegliere lo strumento adatto e quello più efficiente. Per ritornare al paragone del bisturi, se lo voglio utilizzare per tagliare una bistecca forse sarà un tantino troppo tagliente.

I derivati sono strumenti efficienti, il problema semmai è l’utilizzo dei medesimi senza criterio e senza conoscere a fondo la materia: purtroppo abbiamo assistito a molti casi di utilizzo inappropriato dello strumento, anche da parte delle pubbliche amministrazioni e delle aziende, che si sono accollati rischi (spesso inconsapevolmente) che non dovrebbero far parte della loro gestione tipica.

Le pagine che seguiranno, oggi e nelle prossime puntate, non vogliono in alcun modo essere una sollecitazione ad utilizzare i derivati, al contrario vogliono rendere un servizio di informazione e di consapevolizzazione del lettore. E’ necessario conoscere a fondo uno strumento finanziario prima di decidere se utilizzarlo o meno.

I Future e le Opzioni di cui cominciamo ad occuparci oggi, sono tra gli strumenti finanziari più affascinanti e coinvolgenti coi quali è possibile raggiungere risultati di grande rilievo.

Attenzione però, perché i Derivati sono stati concepiti e creati come Polizze Assicurative di copertura del portafoglio e, come tali, hanno insita la componente “tempo”.

Non a caso essi si rivolgono a un Mercato che è stato opportunamente definito “a termine” e quindi un bel giorno scadono, muoiono e scompaiono per sempre.

Quando si parla di Future e di Opzioni si deve sempre pensare alla loro expiration, cioè a  quel prefissato giorno del calendario in cui si tirano le somme dei contratti ancora aperti. Già, perché da lì in poi quegli Strumenti saranno scaduti definitivamente.

Voglio dire che se ci compriamo 1000 Azioni “Canistracci Oil” e decidiamo di tenercele per vent’anni, non succede proprio niente perchè potremo sempre rivenderle quando ci pare e piace. Ma se ci compriamo un Future o un’Opzione, in questo caso dovremo assolutamente tenerci bene in mente la loro scadenza e quindi dovremo imparare a muoverci per tempo.

Quindi, prima di cominciare il nostro lavoro, dovremo aver fatto chiarezza dentro di noi ben sapendo che i derivati, per quanto opportunamente gestiti, restano pur sempre delle scommesse e come tali sono accomunabili alle stesse regole dell’azzardo.

Un vantaggio rappresentato dai derivati rispetto all’utilizzo dei singoli titoli azionari è il fatto di poter lavorare sull’indice (un paniere di titoli), che è in grado di ammortizzare gli alti e i bassi delle fluttuazioni azionarie.

Per di più, un altro grande vantaggio dei Mercati a Termine è la liquidità degli Strumenti.

La liquidità è la possibilità di comprare o di vendere in qualsiasi momento sapendo che esiste sempre una controparte pronta a interagire a prezzi  ragionevoli.

Se, per esempio, il Future vale 28200, si potrà essere sempre certi di poterlo scambiare entro una forchetta 28195/28205 corrispondente ad appena 50 euro.

E a questo scopo provvedono i Market Maker – Banche, Intermediari e Istituzioni autorizzate dagli Organi di Borsa – che hanno l’obbligo di presentarsi costantemente sul Mercato.

Già da queste prime battute avrete capito come l’ingranaggio che gira attorno ai Derivati sia sano, serio e controllato: sono gli Organi di Vigilanza e la stessa Borsa Italiana Spa ad assicurare la regolarità degli scambi e l’efficienza del mercato

Già dalla prossima volta cominceremo a fare conoscere il Future alternando le spiegazioni ora in modo tecnico, ora in chiave più discorsiva.

Alla prossima

Marco Degiorgis – Studio Degiorgis – www.studiodegiorgis.it – Alessandria

1° comandamento: Guardati allo specchio

SpecchioCome promesso iniziamo a svelare “I 10 comandamenti per l’investitore informato” che vuole gestire serenamente i propri risparmi. Ho cercato di raccogliere e sintetizzare delle linee guida, che ho elaborato nel corso dell’attività quotidiana di assistenza ai clienti, da seguire per investire in maniera consapevole. In pratica sono indicazioni di buon senso che riguardano non tanto le questioni tecniche quanto gli aspetti psicologici dell’investimento, e che vanno rispettate per non cadere vittima delle numerose trappole finanziarie disseminate sul nostro cammino.

Il primo comandamento è “Guardati allo specchio” ossia conosci te stesso in quanto per investire correttamente i propri risparmi è indispensabile innanzitutto fare un’analisi della propria situazione finanziaria, una sorta di bilancio familiare costituito, come per un’azienda, dallo stato patrimoniale e dal conto economico.

Il primo è la fotografia del nostro patrimonio e comprenderà dal lato delle attività il valore degli immobili di proprietà, degli asset finanziari (azioni, obbligazioni, fondi, polizze, ecc.) e, per gli imprenditori, il valore di mercato della propria azienda. Dal lato delle passività annoteremo i debiti residui di mutui, prestiti e finanziamenti. Conoscere la suddivisione del proprio patrimonio è utile per prendere le decisioni di investimento: se ad esempio la quota di ricchezza detenuta in immobili è predominante, allora la parte finanziaria potrà essere allocata in maniera più dinamica; mentre se la quota maggiore del proprio patrimonio è rappresentata dal valore dell’azienda, che è soggetto alla variabilità del mercato, si può pensare di  privilegiare strumenti finanziari più conservativi.

Il secondo elemento del bilancio è il conto economico nel quale andranno riportate tutte le entrate (stipendi, pensioni, dividendi, cedole, ecc.) e le uscite (spese per consumi, utenze, interessi sul debito, beni durevoli, ecc.) del nucleo familiare. Il saldo tra entrate e uscite ci permette di sapere se il nostro patrimonio è incrementabile attraverso una quota di risparmio oppure se, malauguratamente, è intaccato in quanto per far fronte alle spese è necessario attingere a una parte del patrimonio posseduto. Una buona regola è quella di fare ogni anno una semplice previsione sul bilancio dell’anno successivo stabilendo dei budget di spesa in modo da tenere sotto controllo le uscite e, se possibile, accantonare una quota da investire per soddisfare esigenze future.

L’altro aspetto da indagare è appunto quello relativo agli obiettivi di vita da raggiungere che vanno individuati e pianificati per stabilire gli investimenti più efficaci in funzione di ciascuna esigenza. Tra gli obiettivi primari possono esserci la tutela del proprio nucleo familiare in caso di inconvenienti (malattia, premorienza, danni, ecc.) e la necessità di garantirsi adeguate risorse per il periodo pensionistico, in quanto con l’allungamento della vita media le risorse erogate dalla previdenza pubblica saranno sempre più scarse e inadeguate. Altri obiettivi possono essere l’accantonamento di un capitale per garantire ai figli il mantenimento agli studi universitari o una somma per intraprendere un’attività lavorativa, ma anche il soddisfacimento di piaceri personali come le vacanze o l’acquisto di una seconda casa.

Investire senza avere chiara la situazione patrimoniale e senza pianificare i propri obiettivi è come mettersi a costruire una casa senza un progetto dettagliato. Il consiglio è di dedicare un po’ di tempo a pianificare questi aspetti, se necessario facendosi assistere da un consulente indipendente, altrimenti si rischia di dover utilizzare il denaro accantonato per spese non previste, magari liquidando i propri investimenti in perdita, o di ritrovarsi con capitali insufficienti a soddisfare le proprie esigenze future.

Il terzo aspetto riguarda la psicologia personale ossia come le emozioni influenzano le scelte di investimento che per loro natura sono decisioni difficili perché devono fare i conti con l’incertezza delle condizioni future, ma questo è un argomento che affronteremo nei prossimi comandamenti…

Michele Colosio – IFA Consulenza – www.ifaconsulenza.it – info@ifaconsulenza.it – Bergamo