2° Comandamento: fai investimenti semplici

Proseguiamo a svelare “I 10 comandamenti per l’investitore informato” che vuole gestire serenamente i propri risparmi. In pratica sono indicazioni di buon senso che vanno rispettate per non cadere vittima delle numerose trappole finanziarie disseminate sul nostro cammino.

Il secondo comandamento richiama l’attenzione sulla necessità, per l’investitore medio, di non ricorrere a strumenti sofisticati e complicati, ma di realizzare quella che in gergo è definita la propria asset allocation attraverso strumenti semplici, efficienti e che si comprendono appieno.

Alla base di ogni investimento in strumenti mobiliari ci sono le azioni e le obbligazioni. Le prime sono caratterizzate dall’incertezza del rendimento offerto e, proprio per ripagare l’investitore del rischio che al momento della vendita il ritorno effettivo sia diverso da quello atteso, offrono un cosiddetto premio per il rischio. Attenzione però, l’andamento delle borse, soprattutto nel breve e medio periodo, è così volatile che è possibile ottenere rendimenti fortemente negativi.

Le obbligazioni offrono invece un rendimento che, nella duplice ipotesi di mantenimento fino alla scadenza e di solvibilità dell’emittente, può essere determinato in anticipo al momento dell’acquisto. Possiamo distinguere gli emittenti in due macro-categorie: gli Stati o gli enti sovranazionali e le aziende. Lo stato di salute economico dell’emittente ne determina il rischio di fallimento, che può essere considerato minimo nel caso di emittenti sovrani dei paesi sviluppati, ma non altrettanto si può dire per alcuni paesi emergenti o per le aziende. A questo proposito gli eventi della crisi che stiamo attraversando hanno con drammaticità riportato l’attenzione sulla necessità e l’opportunità per gli investitori di valutare attentamente il grado di affidabilità degli emittenti.

Il secondo rischio, non sempre adeguatamente percepito dai risparmiatori, riguarda la possibilità che in periodi di inflazione e tassi di interesse in rialzo, il rendimento reale delle obbligazioni a tasso fisso venga eroso e il prezzo dei titoli in portafoglio scenda, perciò bisogna fare attenzione alla durata finanziaria dei titoli (che determina la sensibilità dell’obbligazione al variare dei tassi) e all’evoluzione dei tassi di riferimento. Per proteggersi dall’inflazione inattesa è invece consigliabile investire in titoli indicizzati all’inflazione che, grazie al loro particolare meccanismo, garantiscono cedole reali in quanto il capitale investito viene rivalutato in base all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo via via misurato.

Concludo con una semplice avvertenza: di fronte a un prodotto con un prospetto informativo di 50 o più pagine, spesso scritto in un gergo poco comprensibile, è meglio mettersi in allerta. Molti prodotti complessi sono strutturati ad hoc per “nascondere” dei costi impliciti ingiustificati che hanno l’effetto di trasferire una parte dei soldi investiti agli intermediari che hanno confezionato e venduto il prodotto. Nel prossimo comandamento parleremo appunto di costi e  di efficienza degli strumenti a disposizione degli investitori.

Michele Colosio – www.ifaconsulenza.it – info@ifaconsulenza.it – Bergamo

La madre di tutte le bolle

I manuali di finanza ci hanno sempre insegnato che la regola numero uno di ogni risparmiatore è diversificare i propri investimenti. Questo perché le varie attività finanziarie normalmente si muovono in modo decorrelato, od in certi casi addirittura anticorrelato. Ad esempio l’oro, essendo considerato bene rifugio, si apprezzava in tutte le fasi di forte calo delle borse e viceversa. Da marzo in avanti queste “regole storiche” sono state sovvertite ed accade invece che salgano contemporaneamente tutte le attività rischiose quali azioni, oro, energia, petrolio, commodities varie.

Tutto questo è dovuto solo in parte al miglioramento dei fondamentali dell’economia ed  in gran parte al fenomeno chiamato carry trade. Esso si traduce nel prendere a prestito denaro in paesi con il tasso di interesse praticamente a zero (fino a qualche tempo fa accadeva per lo yen, ora per il dollaro Usa) ed investirlo in attività finanziarie denominate in valute più redditizie, che hanno cioè un tasso di rendimento più alto, (oggi tipicamente i Paesi Emergenti). Essendo una prassi ormai consolidata, questo determina dei movimenti molto forti tra le varie valute; il dollaro perde da mesi praticamente contro tutte le altre valute e chi si indebita in questa divisa non lo fa ad un tasso zero, ma addirittura negativo, in quanto rimborsa un debito ad un valore inferiore rispetto a quello a cui è stato contratto.

Così mentre l’economia reale dava solo timidi segnali di risveglio, alcune attività finanziarie sono letteralmente “volate”, grazie alle manovre espansive delle Autorità Centrali ed alla “politica dei tassi zero”. Ecco spiegato il motivo per cui le grandi Banche Americane hanno chiuso le trimestrali con utili record  o, per stare solo in casa nostra, nella sua ultima trimestrale Unicredit dichiara proventi da trading per la bellezza di 715 milioni, che salgono a 1,65 miliardi se si considera il bilancio da inizio gennaio. Banca Intesa nell’ultimo trimestre, da attività di trading ha guadagnato 447 milioni.

Ma le Autorità Monetarie e le Banche Centrali hanno portato i tassi a zero per far fare utili alle Banche con spericolate operazioni finanziarie o per aiutare gli imprenditori e le loro Aziende, vero motore dell’economia, ad uscire dalla peggior crisi della storia moderna?

Nouriel Roubini ha affermato nei giorni scorsi che si sta formando” la madre di tutte le bolle mondiali dei prezzi della attività con effetto leva”. E’ evidente che questo fenomeno non può continuare all’infinito: il dollaro prima o poi dovrà per forza smettere di scendere ed in quel momento, coloro che stanno speculando dovranno frettolosamente chiudere  tutte quelle operazioni aperte oggi a leva, spingendo questa volta al ribasso tutte le attività il cui valore oggi è palesemente gonfiato.

Probabilmente c’è ancora un po’ di tempo davanti a noi, perché difficilmente i tassi d’interesse saliranno a breve, ma preparatevi quindi, per tempo, ad assistere dopo l’esplosione della bolla della tecnologia e quella dei mutui cartolarizzati all’esplosione della madre di tutte le bolle finanziarie………

Fabrizio Taccuso – Studio Andreoli & Taccuso – Mantova – mantovafinanza.blogspot.com

fabrizio.taccuso@alice.it

Polizze vita… Ci risiamo.

Vorrei trarre uno spunto di riflessione da un articolo apparso sull’edizione on-line de “Il sole 24 Ore” di sabato scorso:
http://www.newsletter.ilsole24ore.com/Money24/Articoli/2009/11/16/12_A.php?uuid=dc95d3ee-d2d1-11de-8f9f-35464fef2c65&DocRulesView=Libero.

Sembra in realtà – dal mio punto di vista – quasi un warning: termine con cui (anche) in finanza si identifica un messaggio di pericolo quale ad esempio un drastico abbattimento degli utili o un declassamento della classe di merito.

Infatti, viene spiegato in modo facilmente comprensibile che, una volta soddisfatta l’urgenza assoluta di far cassa per consolidarsi ed approvvigionarsi di liquidità, il sistema bancario ha ricominciato a vendere pesantemente contratti assicurativi. Si tratta (per ora) di quella tipologia di contratti che non hanno contenuto finanziario, ma “previdenziale” e che quindi garantiscono al sottoscrittore un risultato minimo.

Strumenti che nessun consulente finanziario indipendente proporrà ai suoi clienti per alcuni ottimi motivi:

  • E’ vero che garantiscono un rendimento minimo del 2-2,5%. Ma è anche vero che sui mercati obbligazionari non è certamente un risultato irraggiungibile, pur con emittenti di assoluta solvibilità. Anzi. Anche su durate residue dell’ordine dei 3-5 anni si trovano titoli con redditività superiore e – giova ripeterlo – di ottimo grado di solvibilità, quali, ad esempio, alcuni Emittenti Sovranazionali.
  • Attualmente i tassi delle Banche Centrali sono ovunque ai minimi storici. Le emissioni future avranno ragionevolmente tassi che – a medio-lungo – non potranno che risalire in conseguenza della ripresa del ciclo economico. E’ quindi razionale attendersi nuove emissioni con cedole più soddisfacenti di quelle attuali. A meno che si voglia immaginare uno scenario veramente apocalittico, non risulta apprezzabile quindi come grande vantaggio il fatto di avere un minimo garantito di tale entità. Piuttosto, come spiegato nell’articolo, chi ha a portafoglio titoli a lunga durata (la mente va al BTP scadenza 2040), potrà ragionevolmente subire minusvalenze in conto capitale legate all’incremento dei tassi. A meno di tenerseli fino alla scadenza (!).
  • I collocatori hanno “scoperto”, bontà loro, la possibilità di non applicare costi di sottoscrizione. Fantastico. Peccato che retrocedano (in soldoni: pagano) in media ai clienti dall’ 80% al 90% del risultato di gestione. Ora, visto che, giustamente per poter garantire un risultato agli assicurati – semplificando molto – le gestioni separate investono almeno il 90% delle disponibilità in titoli di stato, sarebbe interessante capire per qual motivo rinunciare al 20% del rendimento che si otterrebe acquistando direttamente pochi titoli emessi dallo Stato o da Organismi Sovranazionali.
  • Se poi alla componente previdenziale con un escamotage commerciale (così copre anche i suoi cari da eventi dolorosi…)  si aggiunge anche una piccola (= quasi sempre inutile rispetto alla reale necessità di tutela) componente assicurativa per il caso morte, la “torta” (per il collocatore) diventa ancora più interessante.

    Fonte: www.ciao.it

    Eh si, anche perchè la componente  del contratto che andrà a coprire l’infausto evento da chi la sottoscriveranno? Dalla compagnia che pagherà il premio più alto al cliente finale o (guarda caso…) da quella controllata dallo stesso istituto di credito? La matrioska dei costi potrebbe colpire ancora! Per chi comunque avesse dubbi in merito, consigliamo di andarsi a vedere la puntata di Ballarò del 25 novembre 2008 (http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Ballaro%5E17%5E155414,00.html) nei minuti da 1:23:16″ a 1:26:17″. Saranno minuti ben spesi che scioglieranno ogni possibile incertezza.

  • Una soluzione molto più semplice e, a mio modesto avviso, di maggior efficienza, è l’acquisto di quattro (termine letterale) etf diversi, con cui diviene possibile coprire tutte le immaginabili durate degli Emittenti Sovranazionali area euro (quindi in pratica tutti i governi area UE!), senza neanche problemi di cedole o titoli in scadenza e quindi anche di nuove commissioni di negoziazione. L’articolo citato dimostra esattamente questa logica facendo il paragone con l’indice Rendistato (che esprime il rendimento medio dei titoli pubblici). Anzi, visto l’ottica di medio-lungo termine con cui queste polizze dovrebbero essere vendute e consapevolmente scelte dai clienti, si potrebbe inserire anche una componente obbligazionaria corporate (cioè che investe in titoli di aziende private) e anche una minima (2-5%) di azionario.
  • Parolina miracolosa: budget (= soldi se raggiunto, altrimenti guai grossi). Budget di area, di filiale, di sportello, di responsabile, ecc. ecc. Forse a nessuno viene mai in mente, ma quando viene proposto con particolare enfasi un determinato prodotto finanziario, la motivazione principale è sempre da cercare in questo termine magico. Bisognerebbe ricordarsi comunque che chi lo paga realmente NON è il collocatore…
  • Parolina miracolosa n. 2: conflitto di interesse. Vedi punto precedente (e magari anche quello successivo).
  • Infine una piccola considerazione sulla coincidenza di interessi tra i clienti e i collocatori. Fino a quando c’era necessità di rafforzare la solidità degli istituti di credito (definizione assai strana di questi tempi a ben pensarci, visto che di credito quasi non se ne fa più), tutti collocavano obbligazioni bancarie e pronti contro termine. Poi, messe le pezze più grosse, via di nuovo con gli strumenti più redditizi (e vincolanti nel tempo): le polizze assicurative.

Curiosamente nello svolgimento della mia professione, mi sono imbattuto in questa tipologia di contratti, sia in portafogli più contenuti che in portafogli detenuti da investitori appartenenti alla cosiddetta clientela Private e con una ottima preparazione. Segno evidente che la potenza del messaggio commerciale non conosce limiti, né di censo, né di preparazione.

Roberto Dolza – Studio Dolza De Vito – www.studiodolza-devito.com – Torino

r.dolza@studio-dolzadevito.it

I risparmiatori, la privacy, le domande degli intermediari… e i consulenti indipendenti

punto di domanda

Fonte: irsig.cnr.it

Chi va a fare un investimento finanziario o ad acquistare una polizza  è ormai abituato a compilare questionari e a sentirsi porre domande ma , spesso, le risposte non vengono date volentieri e non sempre corrispondono alla verità: la Mifid, tra le altre cose, si era posta l’obiettivo di educare i risparmiatori e l’utilizzo di domande e questionari avrebbe dovuto aiutare  gli interessati a fare e scelte consapevoli. Oltre a ciò, alcuni “addetti ai lavori” hanno ritenuto opportuno certificarsi (seguire dei corsi di formazione, sottoporsi ad esami e farsi rilasciare una certificazione professionale) e proporsi al mercato con un approccio basato sulla conoscenza del cliente…

…tutte queste cose, se fatte con professionalità e onestà intellettuale, sono, a mio modesto avviso, del tutto condivisibili perchè dovrebbero favorire la consapevolezza ed una maggiore cultura finanziaria e facilitare la scelta di soluzioni coerenti con le proprie necessità… ma non è tutto oro quel che luccica, proviamo a vedere perchè:

1) Il frequente turnover nel “personale addetto alla relazione col Cliente”  rappresenta spesso un fastidio perchè il cliente/risparmiatore non ama raccontare i fatti propri  a persone che cambiano in continuazione.

2) Il cliente/risparmiatore che abbia relazioni professionali con diversi  intermediari (soprattutto se uno o qualcuno di questi viene utilizzato per le attività professionali/aziendali oltre che per quelle personali) non ama far conoscere a tutti l’entità e la tipologia di investimenti detenuti altrove.

3) Il cliente/risparmiatore è frequentemente disorientato perchè, a fronte di risposte simili,  si ritrova “profilato” in modo diverso a seconda che tratti con un intermediario o con  un altro.

Domanda : se il soggetto che propone il questionario e pone le domande  fosse  un soggetto “terzo”, cioè un professionista che non vende prodotti, che non ha relazioni con gli intermediari e che opera nell’esclusivo interesse del  proprio cliente, l’atteggiamento del risparmiatore sarebbe lo stesso? Le resistenze e le reticenze sarebbero le stesse?

Un consulente indipendente, che sia davvero tale, dovrebbe rifiutare di fornire il proprio servizio ad un cliente reticente, perchè senza informazioni, senza conoscenza dei bisogni e delle esigenze, non è possibile offrire serie soluzioni… da un altro punto di vista forse il cliente del consulente indipendente è più disponibile a fornire informazioni, anche riservate, perchè si rende conto che quelle informazioni oltre che essere indispensabili non vengono condivise con altri  soggetti .

Il consulente indipendente non fa miracoli e non è infallibile,  ma potrebbe essere il soggetto ideale anche per fare da coordinatore delle diverse attività del cliente .

Conclusioni e suggerimenti per il Risparmiatore: per avere qualche probabilità di trovare soluzioni coerenti con i propri bisogni è necessario fornire informazioni; diffida del “soggetto” che dice di avere la soluzione giusta per Te se quel soggetto non si è preoccupato di sapere cosa davvero ti serve… ma scegli TU chi, davvero, MERITA di conoscere i tuoi dati riservati.

Giorgio Canella – www.giorgiocanella.it – Padova

Il mio bancario non c’è più

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aandreuccetti.altervista.org

“Lo scopo della definizione di consulenza in materia di investimenti data dalla MiFID comporta la necessità che [omissis] la considerazione delle circostanze del Cliente costituisca la base della consulenza stessa”.

Ora è evidente che rilevare queste circostanze [omissis] è un’attività complessa ed esigente. Essa comporta l’assunzione di informazioni sul nucleo familiare e sulle relazioni e responsabilità dell’interessato; sulla sua cultura finanziaria ma non solo finanziaria; sulla sua psicologia in relazione a rischi e rendimenti; sul suo patrimonio; sulla sua situazione assicurativa e previdenziale; sui suoi redditi; sul suo stile economico di vita; ecc.

Circostanze tutte complesse e mutevoli.

In funzione della realizzazione degli scopi della direttiva è necessario garantire che le imprese di investimento che prestano consulenza in materia di investimenti – consulenti indipendenti ed intermediari autorizzati – pongano a disposizione del Cliente personale che [omissis] non sia soggetto a rotazioni di incarico così frequenti da impedire la conoscenza personale del Cliente.”

Chiedo scusa se cito me stesso, ma lo scrivevo lo scorso 23 Ottobre su Postilla (http://ferdinandobruno.postilla.it/2009/10/16/il-cesr-tra-consultazioni-ed-aggiornamenti-in-tema-mifid/).

Oggi Plus 24 titola in prima pagina “Rivoglio il mio bancario” e sottotitola “Tra la clientela aumenta la domanda di riferimenti e rapporti più stabili…” Evviva! Non sono l’unico a parlarne.

E’ evidente a tutti che un interlocutore si guadagna la fiducia dell’investitore con un complesso di attività e di comportamenti che si deve sviluppare nel tempo. Il primo incontro certo non basta. Né il secondo. I fatti, la coerenza con le promesse, l’ascolto discreto del cliente, la capacità di rivedere le proprie posizioni quando sorgono motivi ragionevoli per farlo, anche la capacità di tenere le proprie posizioni anche se questo non è “commerciale” ma è seriamente motivato… sono le cararatteristiche che l’investitore cerca e che vaglia anno dopo anno. E sono le caratteristiche che molti investitori sempre meno riscontrano e sempre più rimpiangono quando si recano in banca.

Da quando ho aperto il più vecchio dei miei conti correnti, presso uno sportello del mio luogo di residenza, sono cambiati almeno sei responsabili di filiale, sei in vent’anni. Se dovessi focalizzare sugli impiegati ai “borsini” la situazione non credo sarebbe migliore. Tutti gli italiani lo sanno, molti si rassegnano, qualcuno no.

Il punto è: dove cercare la soluzione? Possiamo pensare che la sofisticata gestione del personale del sistema bancario sia disposta a rinunciare ai preziosi strumenti della rotazione per vagliare il personale stesso? Per premiarlo o “punirlo”, per evitare pericolosi legami personali con la realtà locale, per perseguire le politiche organizzative e le periodiche riorganizzazioni? Per rispondere alle esigenze delle fusioni e acquisizioni, per le quali sportelli e intere banche vengono vendute e comprate come buoi al mercato, con tutti gli addetti compresi, tra inni e canti sul legame con la realtà locale? Possiamo pensare che le sofisticatissime realtà della promozione finanziaria e del private banking rispondano a logiche molto diverse?

E’ solo uno dei tanti aspetti che dovrebbero far riflettere sulla necessità di cercare la consulenza nella direzione delle professioni liberali, caratterizzate dalla libertà economica, organizzativa ed intellettuale, dal rapporto elettivo con il cliente, dalla possibilità di un rapporto continuativo nel tempo. Chi ha orecchi per intendere…

Paolo Tirabassi – Studio Tirabassi – www.studiotirabassi.it – Reggio Emilia

Conosciamo i derivati n. 2

Il future

Tutto cominciò dalle materie prime, quando i grossi produttori si resero conto di non poter più gestire con serenità il proprio commercio, per comodità diciamo del caffè.

Fonte: www.cogeco.it

Il problema nasceva dal fatto che la produzione dipendeva un po’ troppo dai fattori climatici e ambientali e che la domanda e l’offerta non riuscivano mai a stare in equilibrio.

Che fare quando il caffè stagnava invenduto nei silos delle fattorie o – al contrario – quando i compratori si accalcavano facendo lievitare i prezzi?

I produttori decisero così che era giunta l’ora di inventare una sorta di paracadute, una specie di assicurazione secondo cui i Produttori e i Commercianti si sarebbero messi d’accordo una volta per tutte.

E questo è l’Hedging (dall’inglese copertura), il meccanismo secondo cui si decide e ci accorda in anticipo su un certo prezzo con l’obbligo, però, di consegnare la merce da una parte e di ricevere i denari, dall’altra, in un giorno definito.

L’Hedging è un contratto importante perché mentre da un lato il produttore viene tutelato, dall’altro si concede al commerciante di pianificare con calma la propria esposizione finanziaria.

Il produttore quindi concorda con il commerciante di consegnare una specifica quantità (es 40 quintali) di una specifica qualità di caffè (es.Arabica Cafè) ad un prezzo stabilito (es a 70 cent a libbra) in un determinato momento (es. a 6 mesi di scadenza).

E quindi il produttore si dovrà ingegnare, in questo periodo, ad onorare la consegna occupandosi delle proprie piantagioni, mentre il commerciante studierà con le Banche un piano finanziario adeguato a saldare il pagamento.

Ma poiché in un mondo di sciacalli la cautela è come minimo d’obbligo, il sonno dei due sarà ancor più tranquillo dato che il loro contratto sarà legittimato dal massimo Organo Garante in causa, cioè dalla Borsa di Chicago stessa.

Il contratto di Hedging viene dunque stipulato in Borsa e a questo livello né il produttore né il commerciante potranno mai più disonorare i loro impegni perché gli Organi di Borsa hanno richiesto ad entrambi le appropriate garanzie.

Pare così che l’Hedging tuteli contemporaneamente il commerciante e il produttore dalle future fluttuazioni dei prezzi.

Alla prossima.

Marco Degiorgis – Studio Degiorgis – www.studiodegiorgis.it – Alessandria

Borse e mercati: Roubini e…. quei “bravi ragazzi”!

Nouriel Roubini

Fonte: investireoggi.it

Quello dell’economista è un mestiere davvero ingrato e ringrazio il destino di non aver mai fatto quel lavoro. L’economista di professione si espone a una serie di critiche inevitabili, dato che in economia (e peggio in finanza) ognuno la pensa come vuole, soprattutto quando ci si spaccia per professionisti della “previsione”: beh, in quel caso ci si mette proprio nei guai, come i bambini che vanno a giocare al casello dell’autostrada! Se poi l’economista ha l’abitudine di essere molto critico e piuttosto negativo su quello che gli succede attorno si finisce come il Prof. Roubini, il quale continua a mostrarsi pessimista a dispetto (o forse a causa) del rialzo dei mercati finanziari mondiali: l’effetto è quello di apparire  come un grillo parlante o un piantagrane. In realtà è proprio Roubini a spiegare perchè questi mercati possono continuare a generare segni positivi nei prossimi mesi, spiegandone però anche criticità e pericoli.“Caro Roubini, nonostante la Sua esperienza Lei continua a perdersi in previsioni…. e sa qual è il problema?!?!? Lei potrebbe sbagliarsi, pur avendo ragione da vendere”.

Ormai lo sanno anche i sassi che gli speculatori incalliti (ad esempio i “bravi ragazzi” delle banche d’affari) continuano a indebitarsi in dollari per investire in azioni, materie prime, ecc. denominate in altre valute (che magari hanno tassi d’interesse più alti). Roubini ha definito tutto questo “la madre di tutti i carry trade”. A proposito, la banca centrale australiana è l’unica al  mondo ad aver alzato i tassi di interesse due volte quest’anno….. converrà investire in canguri?!?!? . Il risultato è quello di avere grandi rialzi dei corsi azionari e un dollaro in continuo deprezzamento, soprattutto sull’Euro….. e il bello è che il Governo Americano dichiara di volere un dollaro forte (grasse risate, direi!).“Professore, fin qui posso essere d’accordo con Lei… ma  quando si arriverà ad un limite anche in questo turpe meccanismo?”

(Ok, mi rispondo da solo anche stavolta) Beh, qualcuno la riga in fondo al bilancio dovrà pur metterla a fine anno. Chi ha letto i miei precedenti post saprà già come la penso. Più che di capire dove andranno i mercati si tratta di comprendere dove “li faranno andare”, anche se al sottoscritto  non piace proprio fare previsioni. Facciamo il punto della situazione. Cosa stanno facendo le “mani forti” del mercato? A quanto pare  (linea blu calante nella parte inferiore del grafico) hanno cominciato da qualche settimana a coprirsi vendendo future e comprando put sull’S&P500, ma forse è presto per parlare di un vero storno sulla base di questo. Insomma, i “bravi ragazzi” hanno ancora tempo per macinare qualche bonus di fine anno speculando sui mercati…. infatti si è ripartiti a salire da qualche giorno, fiduciosi peraltro che i tassi d’interesse americani rimarranno bassi anche sotto l’albero. “Professore, rischia di fare la parte dello scomodo grillo parlante fin dopo Natale! Ingrato mestiere il Suo, anche quando si ha ragione!”

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Cesare Nistri – Studio Politi Nistri – www.politinistri.it – Milano

c.nistri@politinistri.it

Il CESR e la definizione di consulenza

Lente_2La Committe of European Securities Regulators (CESR) ha pubblicato un documento di consultazione “che cerca di chiarire ed illustrare le situazioni in cui le imprese saranno o meno considerate fornitrici di consulenza in materia di investimenti.”

La consulenza in materia di investimenti è stata infatti sottoposta dalla legislazione europea (sistema MiFID) ad una specifica ed importante disciplina.

Questa disciplina si fonda sulla percezione di un fondamentale problema: i consigli di investimento forniti dalle banche, dalle SIM, dagli emittenti e dagli intermediari finanziari in genere, possono essere viziati da conflitti di interesse e pertanto possono non corrispondere alle esigenze dei destinatari.

E’ interessante leggersi i “considerando”, ossia le motivazioni, che aprono le direttive 2004 39 CE e 2006 73 CE: essi mostrano molto chiaramente che i legislatori europei si rendono ben conto del problema, lo descrivono con precisione e ritengono necessario porre rimedi.

Tuttavia la soluzione dettata è un compromesso: le imprese che esercitano l’attività di collocamento e di intermediazione potranno continuare ad affiancare a queste attività la consulenza agli investitori. E’ stabilito però un principio di tutela di questi ultimi, il principio di adegutezza. Per esso, ogni consulenza deve essere adeguata alle esigenze dell’investitore. Queste esigenze devono essere rilevate assumendo informazioni sul cliente e definendo, sulla base di queste, i limiti alle operazioni consigliabili.

Meglio di niente. La soluzione presenta però due grandi difetti. Il primo è che non intercetta in alcun modo i costi impliciti (caricamenti, commissioni, ecc.) nei prodotti consigliati agli investitori, in quanto il principio di adeguatezza ha a che fare con il rischio – ossia con l’incertezza dei rendimenti attesi – non con i costi. Insomma un portafoglio potrebbe essere perfettamente adeguato e nello stesso tempo totalmente inefficiente.

Il secondo problema è appunto quello che affronta il CESR: stabilire quali siano i confini della consulenza in materia di investimenti ed evitare che la normativa sia aggirata – o che comunque l’investitore sia indotto in inganno – è assai difficile. Qualche esempio? Se un promotore illustra al cliente, che conosce da tempo e di cui ha rilevato il profilo, i vantaggi di un fondo di investimento, sta facendo o no una consulenza? Se il cliente dice in banca che non vuole rischiare nulla e riceve un depliant che parla di un prodotto a capitale garantito, sta ricevendo o no una consulenza? Se sul sito web della banca trovo una serie di portafogli modello, divisi per propensione al rischio e con tanto di prodotti indicati, sto ricevendo o no una consulenza?

Questi sono esempi semplici, chi lo desidera può leggersi tutto il documento di consultazione del CESR (http://www.cesr-eu.org/index.php?page=consultation_details&id=150) e verificare l’ampiezza e difficoltà della problematica.

Il nocciolo della questione è che lo stesso soggetto, mediante la medesima persona, svolge sia attività di vendita che attività di consulenza. Tenere distinte le due cose è facile solo a dirsi.

Per la verità le direttive MiFID, oltre al principio di adeguatezza, presentano agli investitori un’altra tutela. Infatti riconoscono e definiscono un secondo genere di consulenti in materia di investimenti. Consulenti caratterizzati proprio dall’assenza di conflitti di interesse, in quanto non svolgono attività di collocamento ed intermediazione e non detengono in alcun modo il denaro dei clienti. Stiamo parlando dei consulenti finanziari indipendenti, quelli veri.

Il ricorso ad essi ovviamente è una facoltà dell’investitore. E comporta un costo. Tuttavia chi voglia leggersi le direttive citate ed il documento di consultazione del CESR può rendersi ben conto di quante siano le problematiche prodotte dai conflitti di interesse e di quanto preziosa sia una consulenza indipendente.

Paolo Tirabassi  – Studio Tirabassi – www.studiotirabassi.it – Reggio Emilia

(Crisi marxiane)…..e crisi monetarie.

2861370Facendo seguito al precedente articolo “Crisi Marxiane”, sollecitati anche dall’intervento e dalle obiezioni di un lettore, tenteremo un approccio differente per spiegare la crisi finanziaria, peraltro ancora in atto ma per fortuna in fase di rientro, e per farlo utilizzeremo un caposaldo della teoria economica classica ovvero la “Teoria quantitativa della moneta”.
Storicamente la TQdM, nata nel Settecento in epoca mercantilista, ha subito lunghi periodi di “disaffezione” ma ha continuato ad essere discussa e rielaborata da grandi teorici dell’economia. Questo fino ai nostri giorni. Nella sua formulazione piu’ recente la TQdM è definita come segue:
MV=PQ
essendo “M=quantità di moneta presente nel sistema”, “V=velocità di circolazione monetaria”, “Q=quantità di bene prodotti” ed infine “P=livello generali dei prezzi”.

Se definiamo Q=Y essendo ” Y=reddito nazionale ” avremo, operando delle semplici sostituzioni, una formulazione del tipo : Y = MV/P equazione che mette in relazione di dipendenza reddito, flussi monetari e prezzi.
In particolare, usando regole elemetari di derivazione, otterremo dY/dM>0 , dY/dV>0 ed infine dY/dP<0 per cui avremo che, a parità di valori delle variabili considerate, il reddito aumenta all’aumentare sia della quantità di moneta che della sua velocita di circolazione mentre diminuisce all’aumentare del livello generale dei prezzi.
Ora, tornando alla crisi acuta che ha colpito il sistema creditizio a partire da settembre 2008, presumiamo che tale crisi di sistema sia stata determinata da una “V” molto prossima allo zero. Assumendo infatti l’ipotesi semplicatrice che “M=depositi bancari”, sappiamo che ad un certo momento le banche, detentrici di questi depositi, non lasciavono circolare gli stessi per ovvie ragioni di rischio creditizio.
Considerando dunque il modello TQdM si vede bene che una velocità di circolazione pari allo “zero” fotografa una situazione di apocalisse finanziaria che ha come conseguenza ” Y=0 “, ovvero l’ azzeramento totale del reddito nazionale .
Lo stesso semplice modello ci dice inoltre che, tenendo ferma l’ ipotesi sull’annullamento di “V”, nessuna immissione di moneta da parte dei governi avrebbe funzionato da stimolo sull’economia reale (Y), questo perchè il flusso monetario “MV” sarebbe rimasto identicamente nullo per qualsiasi livello della quantita’ di moneta presente nel sistema.
Si capisce dunque la enorme difficoltà dei governi e delle banche centrali che si sono visti/e costretti/e a dover ingoiare il rospo di finanziare le banche le quali, in qualche maniera, erano esse stesse la causa della crisi finanziaria in corso.
Il semplicissimo schema della TQdM puo’ inoltre fornirci la chiave interpretativa di una delle sfide del futuro per evitare che disastri finanziari di tale portata abbiano a replicarsi e cioè sottrarre al sistema bancario, per quanto possibile, il controllo totale e planetario del sistema creditizio tutelandolo dietro indirizzo di appositi organismi sovrananzionali.

Cosimo Andretta – Napoli

La variabilità del rendimento … dolore e piacere

Daniel_KAHNEMANGli economisti comportamentali, cioè coloro che hanno dimostrato che i risparmiatori non sono assolutamente razionali, ma  molto emotivi, stimano che una fitta di dolore derivante da un calo dei propri rendimenti non è compensata da una gioia, anzi l’effetto negativo può essere 2,5 volte più grande dell’effetto positivo derivante da un incremento dei rendimenti. Come si suol dire ”poggio e buca, non fa piano”. Il problema degli strumenti finanziari ad alto rendimento è il loro altrettanto elevato  rischio, cioè elevata volatilità o meglio ancora elevata variabilità dei rendimenti. Nelle fluttuazioni giornaliere c’è una elevatissima quantità di rumore, di variazioni in alto e in basso che creano innumerevoli tensioni, ma che sono solo rumore, non ci comunicano nessuna valida informazione, sono solo movimenti casuali, giustificati ex post da comunicazioni di dati macroeconomici o dalla velocità della diffusione dell’influenza.

Ipotizziamo di aver fatto un investimento dove ci attendiamo un rendimento del 15% superiore ai titoli di stato a breve termine con un tasso di errore (volatilità) del 10% l’anno. Questo significa (per il principio della distribuzione normale) che ci aspettiamo con una probabilità del 68% di ottenere un rendimento tra il minimo del  5% e un massimo del 25%. Significa anche che con una probabilità del 95% otterremo un rendimento compreso tra un minimo del -5% e un massimo del 35%.

Invece con una probabilità del 93% siamo certi nell’arco di un anno di non avere mai una perdita e quindi di avere comunque un profitto. Visto su una scala temporale molto piccola, ciò si traduce in una probabilità di solo il 50,02 % di guadagnare in un dato secondo.

Scala Temporale Probabilità
1 anno 93 %
1 trimestre 77 %
1 mese 67 %
1 giorno 54 %
1 ora 51,3 %
1 minuto 50,17 %
1 secondo 50,02 %

L’esame minuto per minuto dei risultati fa si che ogni giorno (ipotizzando 8 ore ) il risparmiatore avrà 241 minuti piacevoli e 239 minuti di dolore. In un anno ce ne saranno 60.688 piacevoli e 60.271 spiacevoli. Ora se è vero che l’effetto del dolore è 2,5 volte più grande dell’effetto del piacere, il risparmiatore riceve un forte deficit emotivo dall’esame frequente dei risultati.

Se il risparmiatore controlla i risultati una volta al mese, avrà solo 4 fitte di dolore, contro otto sensazioni di piacere. Se i risultati sono controllati solo una volta l’anno, nei prossimi 20 anni avrà 19 sorprese piacevoli per ogni sorpresa negativa. Questa proprietà della casualità legata alla scala temporale è generalmente incompresa, dagli investitori emotivi, cioè tutti, non esistendo l’investitore perfettamente razionale.

Se prendiamo il rapporto tra rumore e rendimento, in un anno osserviamo circa 0,7 parti di rumore per ogni parte di rendimento; in un mese circa 2,32 parti di rumore per ogni parte di rendimento e in un secondo, 1.796 parti di rumore per ogni parte di rendimento.

Alcune conclusioni:

1)    Su intervalli temporali brevi, quel che si osserva è la variabilità del portafoglio, piuttosto che il suo rendimento; in altre parole si vede la varianza.

2)    Le nostre emozioni non sono progettate geneticamente per cogliere questo fatto. Per l’investitore sarebbe molto meglio guardare solo i rendiconti mensili e forse sarebbe meglio limitarsi a quelli annuali

3)    Quando un risparmiatore controlla il suo portafoglio quotidianamente, sorrido perché si sta procurando dolore gratuitamente, ma mi aiuta a ricordarmi due cose: primo, di non dimenticarmi mai che quel risparmiatore, è un essere umano e quindi assolutamente lontano anni luce dall’essere razionale, quindi devo portare rispetto all’uomo prima che al risparmiatore; secondo, che io sono uguale a lui, cioè non sono razionale, sono estremamente incline a lasciarmi sommergere dal caso e dalle emozioni.

Il mio solo vantaggio nella vita è che conosco alcune mie debolezze, soprattutto so di essere incapace di  dominare le mie emozioni di fronte alle notizie e di vedere chiaramente i rendimenti disgiunti dal rumore; quindi la soluzione è eliminare l’accesso esasperato all’informazione e quando voglio fare day trading o scalping, assicurarmi che il giorno prima abbia fatto il pieno di “piacere”.

Alessandro Giacomelli – www.alessandrogiacomelli.it – Firenze