Mercati azionari, dollaro e obbligazioni governative

Da un paio d’anni il nostro studio (Lupotto&Partners)  pubblica una newsletter riservata ai propri clienti in consulenza in cui vengono trattati di volta in volta temi di investimento.

Abbiamo pensato di mettere a disposizione dei lettori del blog un numero di questa newsletter, in cui si trattano tre temi che ritengo siano di pressante attualità:

- la situazione dei mercati azionari dopo lo storno delle ultime settimane
- la situazione del cambio Euro/Dollaro
- la situazione delle obbligazioni governative europee

La newsletter è liberamente scaricabile al link seguente:

http://www.box.net/shared/s78k437n09

Si tratta naturalmente di opinioni personali liberamente espresse che non vanno intese come raccomandazioni di investimento ma come temi di discussione da commentare su queste pagine.

Gianni Lupotto – Lupotto & Partners – www.lupotto.it - Torino

L’altalena dei mercati e la finanza comportamentale

L’andamento decisamente negativo dei principali listini azionari negli ultimi anni (Dow Jones -28% e Dax -32% dai massimi di fine 2007, mentre il nostro FtseMib ha perso addirittura il 58% dai massimi del 2000!!!!)  impone serie riflessioni a qualsiasi risparmiatore, relativamente all’approccio più efficace ed efficiente per investire i propri capitali.  Investire in Borsa non è per nulla facile, nessuno ha la sfera di cristallo o ha scoperto il Sacro Graal, così come non esistono formule magiche per guadagnare in ogni condizione di mercato. Si può tuttavia affermare che chi è dotato di esperienza, metodo, disciplina ed organizzazione può, in un adeguato orizzonte temporale, ottenere risultati non accessibili al risparmiatore medio.

Il raggiungimento di  risultati soddisfacenti da parte dei risparmiatori è minato, principalmente, da due fattori tra loro concatenati: l’offerta di prodotti da parte degli operatori istituzionali e da un altro aspetto molto importante chiamato finanza comportamentale.

E’ ormai noto a tutti che l’offerta di prodotti rischiosi, cioè legati ai mercati azionari, è storicamente massima in prossimità del raggiungimento dei picchi degli indici  borsistici e minima dopo i crolli dei mercati. Questo significa che quando le azioni sono alle stelle e gli investitori hanno una bassa percezione del rischio (che però in quel momento è enorme), le banche propongono prodotti ad alto contenuto azionario, in quanto vengono ovviamente accettati di buon grado. Viceversa, quando interviene il panico, i prezzi sono crollati ed il rischio è minimo, ma la percezione dello stesso da parte dei risparmiatori è massima, vengono proposti strumenti del tutto inadeguati, come le  polizze Unit Linked o i fondi a capitale garantito, con il risultato che le perdite precedenti non verranno mai più recuperate, anche per la struttura elevata dei costi. Quindi dopo il danno la beffa. E così la maggior parte dei risparmiatori ha perso uno dei rimbalzi più corposi della storia, quello che è iniziato a marzo 2009. D’altronde sappiamo bene che le banche più che essere interessate al soddisfacimento dei bisogni dei clienti nel tempo sono molto più interessate a “fare il budget”.

L’offerta prociclica delle banche asseconda sentimenti dei risparmiatori quali l’avidità e la paura e qui entra in gioco l’altro aspetto fondamentale. Daniel Kahneman, psicologo, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2002, sovvertendo le teorie classiche in voga fino a quel momento, ha rilevato che la maggior parte degli investitori prende  sistematicamente decisioni in modo irrazionale, senza conoscere bene  rischi e benefici.  Gli investitori, impegnati a scegliere tra diverse strategie di investimento,  si comportano con una forte avversione alle perdite, soffrendo in misura molto maggiore rispetto alle vincite della stessa grandezza. Per questo motivo, ad esempio, tendono a liquidare le posizioni in guadagno troppo presto ed a tenere le posizioni perdenti  troppo a lungo. Non è vero quindi che, come asserito dalle teorie economiche classiche, gli investitori si muovono secondo il proprio interesse, cioè in modo logico e razionale. Gli studi di Kahneman hanno messo in luce, invece, che tali scelte sono influenzate da fattori psicologici quali le emozioni, il mancato autocontrollo, la relazione con gli altri, la paura di perdere, l’eccessiva fiducia nelle proprie decisioni. Tutti questi fattori determinano il modo con cui i soggetti elaborano le informazioni a loro disposizione e le utilizzano per scegliere come comportarsi in situazioni caratterizzate da incertezza.

L’emotività è dunque secondo Kahneman una trappola per i risparmiatori. Il successo passa dunque più attraverso elementi di carattere psicologico e la disciplina, che attraverso tecniche di investimento sofisticate. Non esiste quindi un metodo vincente, ma un approccio vincente, che è quello di avere una strategia coerente con il proprio orizzonte temporale, i propri obiettivi di vita e la propria propensione al rischio.

Se dunque in questi anni avete perso soldi, anziché aumentare la Vostra ricchezza, se non avete abbastanza tempo da dedicare ai Vostri interessi finanziari, o siete eccessivamente emotivi,  piuttosto che delegare le scelte a qualcuno che è in conflitto d’interesse, non è meglio avvalersi di professionisti superpartes?

Fabrizio Taccuso – Studio Andreoli & Taccuso – mantovafinanza.blogspot.comMantova

fabrizio.taccuso@alice.it

Mutui a tasso variabile: pericolo scampato?

In genere le persone sono solite affrontare i problemi finanziari, sia di investimento che di indebitamento, quando non possono più rimandarli, perché la situazione è tale da richiedere un intervento improrogabile e drastico. Questo è il tipico comportamento che si riscontra in tutti i soggetti che non sono abituati a pianificare correttamente le loro scelte, che prendono le loro decisioni sulla base di valutazioni approssimative ed eccessivamente ottimistiche. Pianificare vuol dire mettersi in condizioni di comprendere cosa potrebbe succedere alla propria situazione economica e finanziaria se si verificassero determinati eventi e adottare le giuste strategie per eliminare o contenere i rischi che ci metterebbero maggiormente in difficoltà.

Nel caso dei mutui a tasso variabile c’è la corsa alla soluzione del problema solo quando i tassi aumentano, in particolare, quando la situazione giunge al limite della sostenibilità. Il risultato è assolutamente deleterio, lo abbiamo verificato più volte, perché si finisce per fare delle scelte sotto la spinta dell’emotività e della paura piuttosto che della razionalità e della consapevolezza. Inoltre, quando è l’urgenza a dettare i tempi, vuol dire che non si è neanche nelle condizioni di scegliere, ci si deve accontentare di ciò che viene proposto, non si sceglie più in prima persona, si è costretti ad accettare ciò che viene imposto perché è l’unica soluzione possibile e, in genere, è anche la più costosa e penalizzante.

Nella seconda metà del 2008 i mutuatari preoccupati tentavano di correre ai ripari con delle surroghe, ma il deterioramento della situazione economica generale, unitamente alla politica restrittiva delle banche, ha dato solo a pochi questa opportunità e i più sono dovuti ricorrere, loro malgrado, alla sostituzione del mutuo con notevoli aggravi di costi.

Vi propongo di seguito alcune domande su cui bisognerebbe fare una seria riflessione adesso:

- Fino a quando i tassi rimarranno bassi?

- Quando cominceranno a risalire?

- Con che velocità lo faranno?

- Per quanto tempo?

- Fino a che valore potranno arrivare?

- Come salirà la rata del mio mutuo?

- Sarò in grado di sostenerla?

- Per quanto tempo?

- Cosa posso fare per evitare di trovarmi in difficoltà o per ridurre simili rischi?

- Il mio mutuo è troppo elevato?

- Il mio mutuo costa tanto?

- Come potrei ridurre il suo costo?

- Cosa dovrei fare?

Pensate al piano di ammortamento e alle moltissime varianti con cui possono essere calcolati. Come ho avuto modo di spiegare in un intervista sul Sole24 Ore di lunedì 25 gennaio 2010 i mutui, anche se tutti a tasso variabile, possono comportarsi in maniera molto diversa rispetto ad una variazione del tasso di interesse e, a parità di variazione di tasso, generare incrementi di rata più o meno ampi.

Roberto Cappiello – info@studiocappiello.it – Studio Cappiello – Brescia

Previsioni economiche? No grazie!

Prevedere significa “vedere, conoscere in precedenza ciò che accadrà”. La definizione citata fa pensare che le previsioni siano una facoltà riservata a maghi, fattucchiere, profeti e indovini, ma allora cosa c’entrano gli economisti? E sì perché la categoria degli economisti è una delle più prolifiche nella produzione e diffusione di previsioni sul futuro. Il livello dei tassi d’interesse, la crescita economica, l’andamento dell’inflazione e della disoccupazione e tutte le altre grandezze economiche sono l’oggetto degli studi di affermati studiosi. Le previsioni guidano il comportamento dei governi, delle banche centrali, delle istituzioni finanziarie e ahinoi anche dei risparmiatori.

La maggior parte delle persone basa infatti le proprie scelte di investimento e di risparmio sulle previsioni economiche. Basta però verificare a posteriori l’esito di tali analisi per rendersi conto che il loro grado di affidabilità è scarso, tanto che sono soggette a continue revisioni, al ribasso o al rialzo poco importa, e quasi mai prendono in considerazione gli eventi estremi, i cosiddetti “cigni neri” per usare l’espressione coniata da Taleb, come la crisi dei mutui sub-prime che ha portato il mondo sull’orlo del collasso e ha affossato il valore dei risparmi di molti investitori.

Le cause del fallimento delle previsioni sono ricercarsi nel fatto che l’economia non è regolata da leggi naturali e quindi il suo percorso è unico e non prevedibile. In sostanza l’andamento economico, essendo il frutto dell’interazione di milioni di individui che basano le decisioni sulla propria interpretazione dello scenario economico, è influenzato dalle decisioni stesse che ne modificano le fondamenta: questo è l’effetto riflessività teorizzato da Soros e che si contrappone alla teoria oggi dominante che prende in considerazione solo i rischi conosciuti e non considera le conseguenze potenzialmente devastanti degli errori di giudizio e dei difetti dei modelli di previsione economica.

Ma allora che criterio bisogna utilizzare per prendere decisioni in ambito economico? Prima di ogni decisione è fondamentale aver chiaro l’esigenza da soddisfare, altrimenti è come partire per un viaggio senza sapere dove si vuole arrivare. Immaginiamo che l’obiettivo sia raggiungere l’America e che per farlo non si abbia a disposizione l’aereo, ma la barca a vela. E’ meglio avere informazioni circa il tempo previsto durante la traversata, ma non è prudente affidarsi ciecamente alle previsioni meteorologiche: a tavolino si sceglierà la rotta che, sulla carta, è il mix migliore tra velocità e sicurezza, ma durante la traversata le condizioni potrebbero cambiare e in quel caso sarà opportuno deviare dal percorso tracciato, magari allungandolo, per evitare una noiosa bonaccia o per sfuggire ad una tempesta improvvisa.

Anche nella propria gestione finanziaria è meglio non affidarsi solo alle previsioni, ma navigare a vista, magari affiancati e orientati da un marinaio esperto…

Michele Colosio – IFA Consulenza – www.ifaconsulenza.it – Bergamo

info@ifaconsulenza.it

Obbligazioni strutturate? Un esempio targato Bancoposta

Tra gli strumenti finanziari che hanno fatto più facilmente breccia negli ultimi anni all’interno dei portafogli dei risparmiatori italiani ci sono senza dubbio le obbligazioni strutturate, talvolta anche di difficile comprensione e che necessitano comunque di un’attenta riflessione.

In proposito metto con piacere a disposizione dei lettori una mia analisi al link indicato più avanti. Si tratta di una delle tante obbligazioni strutturate emesse negli ultimi anni da Bancoposta e da cui emerge soprattutto la natura di “scommessa finanziaria” di certi strumenti e la poca appetibilità degli stessi rispetto a un BTP o altro titolo di Stato di pari scadenza, almeno in fase di collocamento. Non a caso, da qualche tempo, le autorità competenti hanno obbligato gli emittenti a fare questo genere di confronto all’interno dei cosiddetti “prospetti informativi”: segno che qualche elemento di chiarezza in più su certi strumenti forse serviva anche prima.

Il contenuto dell’analisi che vi propongo costituisce ovviamente un mio parere professionale, che, sebbene opinabile, spero possa essere di utile confronto anche con con chi non sarà d’accordo con le mie valutazioni. Buona lettura!

http://www.box.net/shared/manebhind7 (il file rimarrà disponibile anche nel riquadro “box.net “presente nel blog)

Cesare Nistri – Studio Politi Nistri – www.politinistri.it – Milano

c.nistri@politinistri.it

Il risparmiatore? Ha la sindrome di Stoccolma.

Il rapporto tra le banche e i comuni mortali è stato molto difficile sin dalla notte dei tempi: i banchieri non sono mai stati molto simpatici a nessuno (se non ai loro soddisfatti azionisti). Anche oggi, navigando per la rete, non mancano di certo i blog (e non solo) che parlano male delle banche e forse talvolta si esagera. Del resto, gli argomenti di discussione non scarseggiano: signoraggio monetario, prestiti alle imprese, speculazione dissennata, bonus ai manager, derivati ai Comuni, ecc. (potrei andare avanti ancora).

Astio, rabbia e delusione sembrano tuttavia relegati negli sterminati spazi di Internet, che diventano così una sorta di muro del pianto, un confessionale da Grande Fratello, fuori del quale i comportamenti dei singoli risparmiatori appaiono tipici della pecorella smarrita che continua a cercare il proprio poco amato pastore… nelle filiali di banche e poste. Eppure l’insoddisazione appare evidente, come emerge da una recentissima ricerca dell’Eurispes i cui risultati sono stati commentati dal portale Bluerating. A ben leggere, però,  l’insoddisfazione è legata sopratutto alla presunta indisponibilità delle banche a concedere credito: un argomento su cui la gente comune sembra avere i nervi piuttosto scoperti.

Dal punto di vista del risparmio, l’atteggiamento del cliente di banca sembra invece più accomodante e nonostante gli  scandali che tutti ricordano (Parmalat, Argentina, Cirio, MyWay, Sanpaolo Azioni Italia, Giacomelli, ecc.) il risparmiatore continua ad avere mediamente una certa fiducia nei confronti degli istituti in cui ha depositato i propri averi, anche se più che di fiducia dovremmo parlare di speranza (di essere trattato e consigliato meglio rispetto a chi è caduto con tutte le scarpe nei disastri citati prima): diciamolo, sembra quasi un atteggiamento schizofrenico, tipico di chi sembra innamorarsi o affezionarsi al proprio “carnefice”, come accade a chi è colpito dalla “Sindrome di Stoccolma”.

Scherzi a parte, la realtà sembra evidenziare da un pò di tempo la presenza di risparmiatori con gli occhi più aperti e la cui attenzione ad alcuni temi risulta in decisa crescita: tra questi l’indipendenza intellettuale del consulente dalle banche e l’importanza di una corretta pianificazione finanziaria, che mitighi l’irrazionale corsa al rendimento come unico obiettivo di investimento. Quest’ultimo punto emerge da una recente indagine del Censis, pubblicata dal Sole24Ore, secondo cui il 63% degli intervistati è sensibile ad un’adeguata pianificazione del proprio bilancio familiare e al relativo monitoraggio. Chissà che non sia un primo segnale di guarigione del risparmiatore italiano.

Cesare Nistri – Studio Politi Nistri – www.politinistri.it – Milano

c.nistri@politinistri.it

Grecia, Euro e debiti… tra passato e futuro!

Dopo diversi mesi siamo arrivati a una nuova ondata di notizie negative e di possibili pericoli all’orizzonte: l’andamento del mercato immobiliare americano negativo rispetto alle attese di ripresa, il rischio default per il debito pubblico della Grecia, la Spagna che non se la cava poi così bene, ecc.. Ecco quindi  che ci ritroviamo con gli stessi problemi di un anno fa (più o meno)… e le autorità, un pò come la bella addormentata nel bosco, si chiedono stupiti come mai la ripresa stenti e i rischi di default in giro per il mondo non siano ancora del tutto risolti. In questi giorni, il massimo della vita è leggere le dichiarazioni delle massima autorità economiche dell’Unione Europea e della Bce:

“Greece will not default. In the euro area, default does not exist.” / “La Grecia non fallirà. Nell’Area Euro, il default non esiste.” (Almunia)

Sperando che non si tratti delle ultime parole famose, mi viene però spontaneo riflettere su certe scelte fatte anni fa (la costruzione dell’Euro) e su come queste scelte imporranno oggi determinate soluzioni. Di fatto, l’ingresso nell’Euro di un paese come la Grecia mette ora a repentaglio non solo le Sue finanze pubbliche (in realtà già critiche di loro) bensi la competitività del paese stesso sui mercati finanziari e commerciali mondiali. Già, basta leggere uno degli ultimi libri di Krugman per capire come in certe situazioni un paese come la Grecia avrebbe bisogno di svalutare la propria moneta in simili circostanze: cosa che ovviamente non è possibile fare oggi, data l’adozione dell’Euro. Non solo, l’Euro negli ultimi mesi ha subito un forte apprezzamento contro il dollaro e questo non può che rendere il tutto ancora più difficile per i paesi che hanno meno capacità competitiva sui mercati.

L’Euro, diciamolo pure, è un ottimo paravento per i paesi più deboli contro certe crisi finanziarie, ma in alcuni casi non è possibile fare la parte dei forti mettendosi intorno alla testa il laccio rosso alla Rambo. Credo che, col senno di poi, avremmo potuto costruire l’Euro su basi più solide anche se meno ambiziose: magari avremmo potuto evitare di farci ossessionare dai dati su deficit e debito pubblico (visto che a quanto pare sono dati opachi come quelli dei bilanci delle aziende).

E ora? Beh diciamolo, pur non potendo ufficialmente farlo, gli altri Stati dell’Unione Europea dovranno mettere mano al portafoglio in qualche modo. Merkel, Sarkozy e compagnia cantante faranno di tutto per dissimulare la cosa e forse chiederanno silenziosamente una mano a qualcuno molto lontano (non guardate oltre Atlantico, sarebbe inutile!). In fondo lo smantellamento dell’Euro sarebbe un grosso problema anche per i veri Rambo (Germania, Francia)… di credibilità internazionale soprattutto. Ecco quindi che in realtà non mancano idee per risolvere il problema Grecia, come ad esempio l’emissione di bond targati UE… per aiutare gli Stati membri più deboli dell’Unione: un modo elegante per ricordarci che sotto l’ombrello dell’Euro dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro, come in una grande famiglia, in cui bisogna preoccuparsi anche delle pecore nere (con tutto ciò che questo comporta)… in fondo ci si vuole bene. Argh!

Cesare Nistri – Studio Politi Nistri – www.politinistri.it – Milano

c.nistri@politinistri.it

Un investimento alternativo? Il sole

Fonte: pixelmarket.it

Una delle regole più importanti che caratterizzano l’allocazione di un patrimonio è senza dubbio quello della diversificazione. Spesso e volentieri il nostro lavoro ci porta ad esaminare prodotti finanziari alternativi come gli Hedge Fund, i fondi immobiliari, i certificates e quant’altro.

In questo articolo vorrei portare la mia esperienza nel campo delle energie rinnovabili ed il particolare nel settore del fotovoltaico.

Per ragioni professionali ho dovuto approfondire la materia sia dal punto di tecnico, sia sopratutto dal punto di vista economico/finanziario e ne ho tratto delle ottime impressioni.

Investire nel settore fotovoltaico non significa solamente abbattere le emissioni di Co2 ma sopratutto compiere un investimento estremamente redditizio nel medio/lungo termine. Lo Stato, tramite il GSE, (Gestore dei servizi elettrici) incentiva l’acquisto di un impianto attraverso il riconoscimento di una tariffa molto vantaggiosa per ogni Kwh prodotto.

A titolo di esempio per un impianto domestico di 3 Kwh parzialmente integrato nel tetto dell’abitazione, il GSE riconosce una tariffa di € 0,41 per ogni kwh prodotto. Per comprendere meglio la portata di questo incentivo basti pensare che generalmente paghiamo € 0,17 per ogni kwh consumato. La tariffa GSE una volta stabilita rimane bloccata per 20 anni. A tale vantaggio va necessariamente aggiunto il risparmio in bolletta e/o gli eventuali proventi derivanti dalla vendita dell’energia elettrica.

Dal punto di vista dei costi è necessario considerare le spese di manutenzione, quelle assicurative e l’eventuale pagamento di interessi provenienti dall’accensione di un finanziamento.

Nonostante la fase di restrizione del credito, le Banche sono disponibili a concedere ugualmente mutui o leasing per finanziare l’acquisto degli impianti sia ai privati, sia alle imprese.

Considerando costi e ricavi, l’investimento in un impianto fotovoltaico presenta sempre una resa almeno pari 7,00% all’anno per 20 anni. Sempre che il Sole continui a fare il suo lavoro…

Marco Picetti – Studio Ifa Nordest – www.ifa-nordest.it – Trento

Banche e sovranità

Il Presidente USA Obama ha dichiarato, per la prima volta in modo esplicito, di voler porre mano al noto problema del “too big to fail”, troppo grande per fallire. Potete averne un saggio a questo link:

http://www.whitehouse.gov/the-press-office/president-obama-calls-new-restrictions-size-and-scope-financial-institutions-rein-e

E’ avvenuto infatti che, nel perseguire un interesse privato di per sè legittimo – la massimizzazione del profitto – le maggiori banche del mondo occidentale, segnatamente quelle anglosassoni ma non solo, abbiano messo a repentaglio le finanze pubbiche ovvero i soldi di tutti noi. Hanno assunto rischi eccessivi, finanziandoli non con il capitale degli azionisti ma con la raccolta. Fatto il disastro, ci siamo tutti accorti che salvarle era necessario, pena il blocco totale del credito, che significherebbe blocco anche delle attività dell’economia reale. Le loro enormi dimensioni ed il loro business a 360 gradi ne fanno delle entità insostituibili: se ne crolla una crolla tutto il sistema. Lehman Brothers non era certo la più grande, ma è bastata a provocare un terremoto.

Ora, se il banchiere sa – e probabilmente lo sa – che lo Stato è sostanzialmente obbligato ad intervenire a salvarlo nel caso di default, ebbene sposterà in avanti il rischio molto più che in caso contrario. Diviene insomma depositario di una importante quota di sovranità. Quota che non corrisponde neppure al proprio denaro, bensì a quello che ha saputo raccogliere – con i depositi e gli investimenti – dai cittadini.

Ora naturalmente occorrerà passare dal dire al fare. Altrimenti come si potrà evitare di ritrovarci in una prossima identica crisi? E’ una domanda vera, non retorica.

Paolo Tirabassi – Studio Tirabassi – www.studiotirabassi.it – Reggio Emilia

La ricchezza delle famiglie

Il 16 novembre scorso Banca d’Italia ha pubblicato il consueto studio annuale sulla ricchezza delle famiglie. Esso ci fornisce i dati definitivi del 2008 e, sebbene non sia tempestivo, la quantità, qualità e la profondità cronologica dei dati, che risalgono fino al 1995, ne fanno un appuntamento interessante. Ne possiamo estrarre rapidamente alcune informazioni fondamentali per comprendere le scelte d’investimento delle famiglie italiane e per verificarne l’efficienza. La ricchezza netta delle famiglie italiane è la somma delle attività reali (immobili, ecc.) e delle attività finanziarie (depositi, titoli, fondi, polizze finanziarie, ecc.) al netto delle passività (mutui, prestiti personali, ecc.). Al termine del 2008 essa ammontava a 8′248 miliardi di Euro, in media 348 mila per famiglia.Qualche dato sul grado di concentrazione: il 50% più povero delle famiglie detiene il 10% della ricchezza totale, pari a circa 70 mila Euro per famiglia. Il 10% più ricco delle famiglie detiene il 44% della ricchezza totale, pari a circa 1′531′000 Euro a famiglia.

Esaminiamone ora invece la composizione. Le attività reali hanno costituito sempre, nel periodo considerato, più della metà della ricchezza totale. Tra esse spicca la componente delle abitazioni, confermando la preferenza degli italiani per la proprietà della propria dimora e degli immobili residenziali in genere. Questa preferenza è confermata anche dalla maggiore concentrazione delle attività finanziarie in capo alle famiglie più ricche, segno che le prime disponibilità sono tendenzialmente dedicate alla casa. Le passività finanziarie, sebbene si siano fortemente incrementate, sono ancora inferiori al dieci per cento delle attività. La scarsa propensione delle famiglie italiane all’indebitamento risulta anche da un confronto internazionale sul rapporto tra passività finanziarie e reddito disponibile lordo, che è esposto sinteticamente qui sotto:

Italia 74%

Germania 100%

Francia 100%

Stati Uniti 130%

Canada 140%

Regno Unito 180%

A fine 2008 la quota di attività reali in abitazioni risulta pari allo 82%, dato sostanzialmente costante negli ultimi anni. Il valore complessivo delle abitazioni è pari a 4′700 miliardi di Euro, corrispondenti ad una media di 196′000 Euro a famiglia e ad un prezzo medio al metro quadrato di circa 1′800 Euro. Il rapporto è maggiormente dettagliato riguardo alla composizione delle attività finanziarie. A fine 2008 l’ammontare delle attività finanziarie risulta di 3′374 miliardi di Euro, pari ad una media di circa 142′000 Euro a famiglia. Nel computo di questo complesso rientrano il denaro contante; i depositi bancari; il risparmio postale; i titoli obbligazionari; i prestiti alle cooperative; i titoli azionari e le partecipazioni in società di capitali, in società di persone e in imprese individuali con un minimo di sei addetti; i fondi comuni di investimento; le riserve tecniche di assicurazione; i crediti commerciali.

Ma vediamo qualche dettaglio.

I depositi bancari ammontano al 19% del totale, buona parte in conti correnti.

Il risparmio postale amminta a quasi il 9%.

I titoli obbligazionari incidono per il 23% circa e la metà è costituita da obbligazioni bancarie.

La partecipazione al capitale di società vede un netto prevalere di attività non quotate – si tratta in sostanza dell’azienda di famiglia – pari al 10%. Scarso invece il possesso di azioni quotate, pari al 4%.

Le partecipazioni ad imprese non societarie – micro imprese – raggiunge il 7% del totale della ricchezza.

I fondi comuni di investimento arrivano appena al 5%.

Gli investimenti assicurativi, nel complesso, sono il 17% del totale: Solo un terzo però è investito in fondi pensione, il resto va al ramo vita.

Da questo dati si possono ricavare alcune considerazioni. Una elevata quota di ricchezza rimane parcheggiata nei depositi bancari. Nel complesso il sistema bancario ha un forte ruolo come controparte diretta degli investimenti. Si può poi osservare che, tra depositi bancari e obbligazioni emesse da banche si raggiunge il 31% della ricchezza finanziaria totale. Il risparmio postale, nelle analisi spesso collegato ad un genere di risparmiatore non particolarmente ricco né evoluto, ha un peso non rsideuale ed è in crescita. La partecipazione diretta al capitale del sistema produttivo assomma a poco più del 21%. La quota di investimenti in azioni è cresciuta tra il 1995 ed il 2000 dal quindici al venticinque per cento, per poi scendere al venti per cento nel 2003. Il calo delle quotazioni del periodo 2000 – 2003 si presenta nello stesso tempo come causa e come effetto del diminuire della quota di capitale di rischio sul totale della ricchezza. Anche integrando questa quota con la componente azionaria dei fondi comuni e delle riserve tecniche di assicurazione essa rimane contenuta rispetto ad altri sistemi paese.

L’utilizzo di organismi di investimento collettivo, ossia di fondi comuni, appare ancora molto scarso nonostante questi prodotti siano sul mercato italiano da più di vent’anni. Considerando la forte incidenza degli investimenti nell’azienda di famiglia ed il forte peso nei portafogli delle obbligazioni emesse dalla propria banca, anche questo rapporto di Banca d’Italia fa intuire che gli italiani praticano assai poco la diversificazione. La quota di ricchezza costituita da riserve tecniche di assicurazione è in crescita costante dal 1995, con l’eccezione degli ultimi due anni. All’interno di essa, in quest’arco temporale, la componente di ramo vita ha acquisito un peso sempre maggiore di quella relativa ai fondi pensione, un peso divenuto maggioritario a partire dal 2001 ed oggi quasi doppio. Ciò appare in contraddizione con l’emergere delle problematiche di copertura, da parte della previdenza pubblica, dei fabbisogni di reddito in pensione. Molti prodotti del ramo vita sono presentati con un marketing che fa riferimento a tematiche previdenziali ma non sono adatti a risolvere il problema né, spesso, sono finanziariamente efficienti in assoluto. Anche da questi dati emerge dunque il ritardo del nostro paese nei confronti della previdenza integrativa.

La dinamica quantitativa del complesso della ricchezza delle famiglie ci fornisce dei dati sulla capacità delle famiglie stesse di difendere ed accrescere il proprio patrimonio. Nell’ambito della componente finanziaria della ricchezza, ci fornisce dei dati sulla capacità delle famiglie di investire in modo appropriato ed efficiente in strumenti e prodotti finanziari. In termini nominali, l’ammontare complessivo delle attività finanziarie al termine del 2008 risultava inferiore rispetto ad un anno prima di circa l’otto per cento. In termini reali il calo è del 11,1%. Si tratta di un dato drammatico, specie se si considera che la crisi dei mutui subprime era annunciata fin dalla metà del 2007. Mostra come gli investitori privati, nonostante un’allocazione delle risorse complessivamente prudente, siano rimasti sostanzialmente indifesi di fronte al crollo dei mercati.

Prendendo poi in esame tutto il periodo dalla fine del 1995 alla fine del 2008, la performance nominale della ricchezza finanziaria – assumendo pure un contributo del risparmio pari a zero, è stata del 92% circa. L’investimento in un paniere medio di titoli di stato italiani avrebbe dato un risultato del 78% circa. Assumendo invece che gli italiani abbiano accantonato risparmi finanziari tutti gli anni – così come hanno fatto per il complesso della ricchezza – il contributo della performance ovviamente si riduce, precisamente al 51%. Nello stesso arco di tempo vi sono stati due fasi positive dei mercati azionari – prolungate e con performances anche ben superiori al 100% – e due fasi negative. Appare evidente che, mediamente, i tempi di ingresso e di uscita dai mercati azionari non hanno generato un contributo positivo. Manca alla maggior parte degli investitori una competenza – o una consulenza – capace di governare con successo l’allocazione degli investimenti finanziari. Il dato è tanto più sorprendente se si riflette sul fatto, sopra descritto, che la ricchezza è concentrata per circa la metà in mano al dieci per cento più ricco – e perciò presumibilmente più colto o meglio assistito – delle famiglie. E che la ricchezza finanziaria in particolare è ancora più concentrata. Dunque anche il censo più elevato non ha ricevuto, nella media, una valida consulenza. Il timing errato rispetto all’andamento dei mercati non è tuttavia l’unico fattore a frenare le performances. Stimando prudentemente l’impatto delle inefficenze relative, risulta sottratto al complesso della ricchezza finanziaria quasi un punto percentuale di rendimenti ogni anno, con tutto il beneficio che produrrebbe nel lungo termine per effetto della capitalizzazione composta. Considerando che una parte della ricchezza finanziaria (depositi bancari, azioni e partecipazioni in società di famiglia o nelle microimprese, fondi pensione ed crediti commercali) non è investimento finanziario in senso stretto, l’incidenza della “parcella occulta” della distribuzione finanziaria sale a quasi un punto e mezzo percentuale.

Una conferma della serietà della questione ci giunge dalle posizioni dell’attuale governatore della Banca d’Italia, che fin dal suo esordio ha posto in rilievo il peso prodotto da un’intermediazione viziata da un eccesso di conflitti di interesse. Valga per tutte la citazione del suo intervento del Marzo 2006 al convegno Forex di Cagliari (paragrafo 4 a pag 11).

http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2006/04032006/draghi_04_03_06.pdf).

Paolo Tirabassi – Studio Tirabassi – www.studiotirabassi.it – Reggio Emilia