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Risparmio gestito e investimenti vari: un problema etico e culturale (parte 2a)
Luglio 14, 2009 — robertocappielloLa prima considerazione è che, contrariamente a quanto hanno scritto i giornali, la fuga dei risparmiatori italiani dai fondi comuni di investimento non è dovuta alla penalizzazione del sistema di tassazione dei fondi italiani, bensì alle politiche di gestione delle banche e delle reti di vendita che hanno indirizzato i risparmiatori verso polizze assicurative e obbligazioni bancarie (prodotti con più alti margini di profitto e minore assistenza post vendita).
La conferma la si può trovare nelle conclusioni del Rapporto del luglio 2008 del Gruppo di lavoro sui fondi comuni italiani, promosso dalla Banca D’Italia con la partecipazione di rappresentanti del Ministero dell’Economia e delle finanze, della Consob e dell’industria, in particolare vi si legge: “Dopo essere cresciuti a un ritmo molto sostenuto nella seconda metà degli anni novanta, dall’inizio di questo decennio i fondi comuni italiani hanno registrato un persistente deflusso netto di risparmio: tra il 2000 e il 2007 i riscatti di quote hanno sopravanzato le sottoscrizioni per 153 miliardi, restando cospicui anche nei primi mesi del 2008; il patrimonio gestito si è nel complesso ridotto di oltre un terzo. L’ampia contrazione dei fondi comuni italiani è stata solo in parte compensata dalla crescente diffusione nel nostro Paese di fondi comuni esteri.
Il ridimensionamento del settore è un caso unico tra i principali paesi europei. La quota di mercato dei fondi comuni di diritto italiano in Europa è scesa dal 12 al 4 per cento. Nel portafoglio delle famiglie italiane tra il 2000 e il 2006 il peso dei fondi comuni (italiani ed esteri) si è ridotto di quasi 9 punti percentuali, all’8 per cento; sono nel contempo aumentati i pesi delle polizze assicurative e della raccolta bancaria (di circa 6 e 3 punti percentuali, rispettivamente).
Numerosi sono i fattori che hanno contribuito alla crisi del settore: asimmetrie regolamentari in materia di trasparenza e di regole di comportamento dei soggetti collocatori, che svantaggiano i fondi comuni rispetto, principalmente, alle polizze assicurativo-finanziarie e alle obbligazioni bancarie; l’assetto dell’industria, imperniato sull’integrazione verticale tra produzione e distribuzione, in cui le reti bancarie e assicurative svolgono un ruolo dominante in forza del fatto che esse sono il canale pressoché esclusivo per la vendita al pubblico di prodotti finanziari; infine, un regime fiscale che penalizza i fondi italiani rispetto a quelli esteri. Queste caratteristiche dell’industria italiana del risparmio gestito, unitamente alla scarsa assistenza fornita ai clienti nelle scelte di investimento, hanno fatto sì che, da un lato, le SGR non abbiano avuto incentivi a innovare e migliorare i prodotti, dall’altro, la distribuzione abbia privilegiato prodotti meno trasparenti, che richiedono un minore impegno di gestione postvendita nelle relazioni con i clienti.
Tale scenario rende necessari interventi incisivi e tempestivi da parte sia delle Autorità di settore sia delle società di gestione del risparmio e dei relativi gruppi di appartenenza.”
La seconda considerazione è che se siamo finiti in questa situazione la colpa non è solo dell’industria del risparmio gestito (banche, assicurazioni, promotori finanziari ecc), è anche delle autorità di vigilanza che si sono limitate a registrare l’andamento del mercato piuttosto che prevenire ed impedire comportamenti scorretti dovuti all’asimmetria informativa che caratterizza il settore, ed è anche dei risparmiatori che si sono lasciati prendere la mano in momenti di euforia dei mercati.
Quella che ha riguardato il mercato del risparmio gestito in Italia è stata una vera e propria sbronza seguita alle novità introdotte dalla Legge n.1 del 2 gennaio 1991 (nascita delle SIM e dell’Albo dei Promotori Finanziari) e agli eventi che hanno preceduto l’entrata dell’Italia nella comunità economica europea.
Il processo di convergenza verso l’euro ha determinato il passaggio da una situazione di alti tassi e di alta inflazione ad una di bassi tassi e bassa inflazione. Una vera e propria rivoluzione che ha fatto perdere di vista il mercato dei titoli di Stato che ormai davano rendimenti risicati rispetto a quelli a cui tutti eravamo abituati, anche se in termini reali era cambiato poco. Da li vi è stato un graduale travaso di risparmio dai titoli di stato ai fondi comuni di investimento, ai famosi reverse floater e altre diavolerie finanziarie che hanno riservato tantissime delusioni e perdite ai loro sottoscrittori. Il crescente travaso di capitali verso gli investimenti azionari sia direttamente che tramite i fondi, unitamente ad una congiuntura favorevole dei mercati dovuta anche ai bassi tassi di interesse che favorivano gli indebitamenti, ha condotto gli ingenui, sprovveduti ed inesperti risparmiatori italiani verso la prima grande bolla speculativa degli ultimi anni del ventesimo secolo, la bolla Hi-tech e dei mercati azionari, a “piedi uniti”.
Prosegue nella prossima puntata