BPM: lo scandalo Convertendo

Si fa un gran parlare di trasparenza in banca, ma passano gli anni e non cambia nulla, anzi! Si creano iniziative di facciata a tutela dei Risparmiatori come Patti Chiari, si introduce la Mifid, ma alla fine la sostanza è sempre la stessa: ogni volta si inventano prodotti nuovi per fregare meglio i clienti! Dopo il My Way e il For You, i bond Parmalat, Cirio, Lehman e le Index con sottostanti le banche islandesi, solo per citare i casi più eclatanti, ora è la volta del Convertendo BPM. Per i non addetti ai lavori, precisiamo che a giugno 2009 la Banca Popolare di Milano ha emesso un’obbligazione (codice Isin IT0004504046) che, contrariamente a quanto succede di solito, alla scadenza non prevedeva il rimborso in contanti, ma in azioni della Banca Popolare di Milano (BPM). Evidentemente non si trattava di una tranquilla obbligazione, come credeva la maggior parte dei Risparmiatori, ma di un acquisto di azioni alla scadenza (in teoria) del Prestito Obbligazionario. Di conseguenza il target di tale offerta era un risparmiatore esperto, evoluto da un punto di vista finanziario e consapevole di accettare un rischio elevato. Peccato che dai vertici della Banca, come spesso succede, si siano dati input a cascata di spingere il collocamento di questo prodotto in modo massiccio, proponendolo indistintamente a tutti clienti della banca. In taluni casi, come rilevato dalla Consob, che ha multato i dirigenti della Bpm per pratiche commerciali scorrette, si è arrivati persino a modificare i profili di rischio dei clienti, in modo da riuscire a fare sottoscrivere loro il Convertendo. Un altro caso da cui traspare evidente l’assoluta inutilità della Mifid, valida soltanto per tutelare le banche a scapito dei clienti. Ma non è finita qui!! La Banca ha deciso di convertire in anticipo, rispetto alla scadenza prevista del 2013, il Prestito Obbligazionario in azioni al valore di 2,71 euro. Peccato che le stesse oggi valgano sul mercato 0,31 euro! In pratica i risparmiatori si ritrovano in Portafoglio una somma pari al 10% del valore investito solo due anni fa, alla faccia della tanto sbandierata trasparenza bancaria!
Anche in questo caso sorge spontanea una domanda: come mai la gente dedica cosi’ poco tempo ed attenzioni alla cura e gestione dei propri quattrini?

Fabrizio Taccuso – Studio Andreoli & Taccuso –  mantovafinanza.blogspot.com

fabrizio.taccuso@alice.it

Attenzione alle emissioni di Obbligazioni Subordinate

Uno dei maggiori conflitti d’interesse nel mondo bancario, si esplica attraverso il collocamento  allo sportello da parte delle banche delle proprie obbligazioni.  Sfruttando il legame con il cliente e soprattutto l’asimmetria informativa esistente tra chi propone il prodotto ed il risparmiatore, le banche tendono a rifilare i loro titoli, finanziandosi a tassi inferiori rispetto a quelli che pagherebbero andando direttamente sul mercato.

Questo fenomeno negli ultimi tempi si è accentuato  attraverso il collocamento di obbligazioni cosiddette subordinate. Esse rappresentano quei titoli che in casi di inadempienza di pagamento da parte della società emittente, verranno rimborsate solo dopo che sono stati soddisfatti i creditori ordinari e privilegiati. Sono quindi titoli che presentano un rischio più elevato rispetto alle obbligazioni senior. Nella mia esperienza di consulente indipendente ho avuto modo di verificare che raramente questo aspetto viene adeguatamente evidenziato al cliente che, quasi sempre,  le sottoscrive semplicemente perché rendono di più rispetto alle normali obbligazioni senior di pari durata finanziaria.

La caratteristica essenziale degli strumenti subordinati è che essi vengono considerati dalle banche che li emettono non come tradizionali debiti, ma come una forma di capitale azionario, cosa che permette agli istituti di credito di aumentare i propri volumi di attività. Infatti, le banche centrali esigono che si rispetti un preciso bilanciamento tra rischi assunti (prestiti, investimenti, etc.) e mezzi propri (azioni+obbligazioni subordinate).

La famiglia dei subordinati è numerosa e si distingue per tipologie, grado di rischio e redditività (a rischio maggiore corrisponde una remunerazione maggiore).

I nomi che vengono usati per definire i singoli strumenti sono di derivazione inglese e comuni a tutte le istituzioni creditizie europee e dei principali paesi occidentali: Tier 3, Lover Tier 2, Upper Tier 2, Tier 1.

Tier 3

E’ la forma più recente e rara di obbligazioni subordinate. La scadenza è breve (2-4 anni), la remunerazione di solito in linea con il Lower Tier 2 (che però ha sempre una scadenza superiore). Il pagamento del capitale e delle cedole può essere sospeso (non cancellato), su disposizione della Banca Centrale, in caso di indebolimento eccessivo della solidità dell’istituto;  in tale situazione gli interessi diventano cumulativi. L’emittente non può utilizzare questi titoli per far fronte alle perdite e ripristinare il capitale necessario alla prosecuzione dell’attività . In caso di liquidazione, il livello di subordinazione è lo stesso delle Lower Tier II. La tassazione è quella ordinaria delle obbligazioni (imposta sostitutiva del 12,5%).

Lower Tier 2

La scadenza è usualmente di 10 anni, ma l’emittente può (e deve) rimborsare alla pari al quinto anno. Se la banca non utilizza l’opzione di rimborso anticipato al quinto anno, non solo la cedola viene aumentata in modo consistente, ma l’emittente viene anche penalizzato dalla Banca Centrale. Le cedole, variabili o fisse, vengono sempre pagate alla data prefissata; sono bloccate solo in caso di una vera e propria insolvenza. Il capitale non subisce decurtazioni, se non in caso di liquidazione della banca. Si tratta del meno complicato e rischioso dei subordinati, ma, proprio per questo, molto soggetto ad essere venduto come una normale obbligazione “senior” da parte di “venditori” non trasparenti. In caso di liquidazione dell’emittente, questo strumento viene preferito ai Tier 1 e Upper Tier 2, trovandosi allo stesso livello dei Tier 3. Il rendimento di mercato per nuove emissioni è pari al tasso IRS/Euribor a 10 anni maggiorato di un margine compreso tra 0,40 e 1,10%, in dipendenza della qualità dell’emittente. La tassazione è quella ordinaria delle obbligazioni (imposta sostitutiva del 12,5%).

Upper Tier 2

Meno rischioso del Tier 1, ha una scadenza di 10 anni o superiore. In caso l’emittente chiuda l’esercizio in perdita, le cedole non vengono cancellate, ma solo sospese e pagate, tutte insieme, nel primo anno che si chiuda in utile. Di solito non è prevista alcuna remunerazione o capitalizzazione per le cedole eventualmente pagate in ritardo. Il nominale può essere diminuito, in casi straordinari e più limitati che nel caso del Tier 1.
In caso di liquidazione vengono privilegiati i portatori di Lower Tier 2 e Tier 3. Dal punto di vista fiscale, il titolo è, da alcuni, assimilato al Tier 1 (ritenuta del 27% sulle cedole), mentre altri lo considerano una normale obbligazione (imposta: 12,50%)

Tier 1

Si tratta della tipologia più rischiosa, da assimilare ad un’azione di risparmio con dividendo/cedola definito a priori. Non ha scadenza, ma l’emittente ha la possibilità di rimborsare il titolo (opzione call) di solito al decimo anno (con l’assenso della Banca Centrale) e, se non lo fa, la cedola cresce, rendendo più onerosa questa via di finanziamento. La cedola è fissa o variabile fino alla call, mentre è sempre variabile successivamente. Qualora la banca non paghi dividendo agli azionisti, la cedola viene cancellata e persa. Qualora vengano realizzate perdite che mettono in pericolo la solidità della banca, il capitale  nominale viene decurtato, pro-quota, di queste perdite. In caso di liquidazione, vengono privilegiati i portatori di Tier 2 (Lower e Upper) e Tier3. A causa della natura “ibrida” di questo titolo, che si colloca tra un’azione ed un’obbligazione, la maggioranza delle banche italiane lo considera, dal punto di vista fiscale, un titolo atipico con cedole soggette ad una ritenuta del 27% (invece del solito 12,50% ).

Come dimostrato anche da una recente indagine Consob, non è consigliabile acquistare le obbligazioni offerte dalla banche  allo sportello,  in quanto  queste presentano in genere rendimenti inferiori a quelli dei Titoli di Stato. All’atto del collocamento al pubblico (mercato primario), infatti,  il prezzo delle obbligazioni viene “caricato” di commissioni di collocamento ed altri oneri impliciti che spesso incidono dai 2 ai 5 punti percentuali sul prezzo d’acquisto e vanno a beneficio della banca o del promotore che piazza il titolo.

Molto spesso basta attendere la quotazione sul mercato dei titoli (mercato secondario) per risparmiare tali costi; quasi sempre infatti  in questa fase molte obbligazioni bancarie vengono quotate a prezzi inferiori al prezzo di acquisto: il mercato non riconosce infatti il sovrapprezzo che l’acquirente ha pagato alla sua banca in fase di collocamento.

Purtroppo pochissimi risparmiatori leggono i prospetti informativi nei quali vengono evidenziati i costi e il confronto con Titoli di Stato di pari scadenza; allo stesso tempo le banche non hanno nessun interesse a consigliare gli stessi titoli quando già sono quotati sul mercato, in quanto non  permettono più di lucrare le remunerative commissioni applicate in fase di emissione.

Last but non least, è sempre bene evitare emissioni obbligazionarie non quotate su mercati regolamentati. In questi casi la negoziazione avviene su piattaforme in cui la banca opera in contropartita diretta e fa da market maker, a scapito della trasparenza dei prezzi. Lo smobilizzo dei titoli  prima della scadenza risulta sempre molto penalizzante per il cliente.

Fabrizio Taccuso – Studio Andreoli & Taccuso –  mantovafinanza.blogspot.com

fabrizio.taccuso@alice.it

Obbligazioni bancarie retail? Che affare… per le Banche!

Recentemente Consob ha pubblicato un interessante studio, in Quaderni di Finanza – studi e ricerche n. 67 di luglio 2010, dal titolo: “Le obbligazioni emesse da banche italiane – le caratteristiche dei titoli e i rendimenti per gli investitori”.

Da tale lavoro emerge che il sistema bancario italiano, nel panorama internazionale, è quello tra i più dipendenti dalla raccolta obbligazionaria che viene finanziata, in misura prevalente, attraverso collocamenti destinati agli investitori retail.

Le emissioni obbligazionarie bancarie, quindi, sono collocate in maniera prevalente agli investitori retail , ossia alle famiglie italiane. Queste ultime, continua lo studio, investono una quota significativa della propria ricchezza finanziaria in tale tipologia di obbligazioni, quota nettamente superiore rispetto a quella rilevata per le famiglie dei principali paesi industrializzati.

Dallo studio emerge che gli Istituti di credito che collocano le proprie obbligazioni presso gli investitori istituzionali, a parità di rating e caratteristiche delle emissioni, pagano a questi ultimi rendimenti significativamente più elevati rispetto a quelli offerti agli investitori retail (mediamente lo 0,9% in più per i titoli a tasso fisso e l’1% in più per i titoli a tasso variabile).

L’analisi ha anche evidenziato come, frequentemente, i rendimenti delle obbligazioni bancarie retail siano addirittura inferiori a quelli dei Titoli di Stato domestici con caratteristiche similari.

Infine il rischio liquidità di queste emissioni è molto elevato: dallo studio Consob emerge che solo il 9% del numero dei titoli emessi (il 30% circa in termini di controvalore) risulta liquido (ossia facilmente vendibile prima della scadenza).

Riepilogando, gli Istituti di credito emettono obbligazioni, destinati alla clientela retail, che:

-        nella gran parte dei casi sono difficilmente negoziabili prima della scadenza in quanto emessi, in genere, per quantitativi contenuti e non quotati in mercati attivi,

-        danno dei rendimenti di gran lunga inferiori a titoli bancari equivalenti quotati ma destinati, almeno in fase di collocamento, ad investitori istituzionali,

-        spesso offrono rendimenti inferiori ai Titoli di stato;

eppure…. eppure i correntisti ed i clienti delle banche emittenti li acquistano a man bassa! Si a man bassa perché dallo stesso studio emerge che nel 2009 le obbligazioni bancarie retail pesavano per oltre il 10% all’interno del portafoglio delle famiglie italiane contro una percentuale dell’1% delle famiglie degli altri paesi europei (tradotto: gli investitori italiani investono 10 volte di più in obbligazioni bancarie retail rispetto ai loro concittadini europei).

Le Banche idealmente ringraziano “le significative carenze di tipo cognitivo” del risparmiatore italiano (tra virgolette abbiamo riportato la frase testuale riportata nel lavoro Consob).

Personalmente non sono stupito da tutto ciò. Giornalmente mi imbatto in cittadini/risparmiatori che non hanno la minima percezione delle insidie che si nascondono dietro ciascuno strumento finanziario: anche quello apparentemente più semplice. Nella mia attività di formatore mi sono imbattuto in laureati in Economia che facevano fatica a descrivere la differenza tra una Obbligazione (credito verso l’emittente) ed una Azione (quota parte del Capitale sociale di una azienda), figurarsi il cittadino comune!

Eppure ho visto “risparmiatori”  (le virgolette sono d’obbligo) lanciarsi nell’acquisto di strumenti finanziari complessi, per centinaia di migliaia di euro, dolcemente accompagnati da chi quei prodotti li emette, li costruisce o semplicemente li distribuisce.

Risparmiatori/cittadini che leggono riviste, effettuano confronti, visitano diversi negozi, sentono il parere di amici e familiari prima di procedere all’acquisto di un Televisore da trentaduepollicitrentadue (spesa dai 400 agli 800 euro circa) ed acquistano ad occhi chiusi prodotti strutturati o obbligazioni bancarie retail non quotate, magari senza rating che, come riportato sopra, mediamente rendono fino all’1% in meno rispetto ad obbligazioni  quotate,  dotate di rating e simili per scadenza.

In conclusione, è auspicabile che il risparmiatore/cittadino arrivi davanti allo sportello bancario preparato, che prenda del tempo per fare confronti, che non si fermi davanti alla prima proposta; insomma che faccia quello che normalmente farebbe nell’acquisto di un bene importante come un’auto, un televisore o un semplice abito. Oppure….. oppure che si faccia assistere da un personal shopper che, nel settore finanziario, potremmo individuare in un buon Consulente finanziario indipendente!

Gianfelice D’Alonzo - Milano – gianfelice.dalonzo@uni-lab.it

Commercialisti e Consulenti Finanziari Indipendenti

La notizia della imminente nascita dell’Albo dei Consulenti Finanziari Indipendenti suscita indubbiamente un elevato interesse anche nelle categorie professionali “vicine” . Interesse dettato certamente dal legittimo desiderio di entrare in un mercato che si presuppone di dimensioni assolutamente ragguardevoli per i liberi professionisti.

Gli artt. 2 e 3 del DM n. 206/2008 hanno in particolare sollecitato un’iniziativa del CNDCEC ( Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) laddove non prevedono che i Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili possano essere tra coloro che accederanno per titoli al costituendo Albo. Il CNDEC ha infatti proposto ricorso al TAR del Lazio contro tale mancata previsione.

Vediamo come si è pronunciato il TAR del  Lazio:  con sentenza n. 31825 del 27 agosto 2010 viene respinto il ricorso presentato dal CNDCEC contro gli artt. 2 e 3 del DM n. 206/2008 (“Regolamento di disciplina dei requisiti di professionalità, onorabilità, indipendenza e patrimoniali per l’iscrizione all’Albo dei consulenti finanziari”) stabilendo che i commercialisti e gli esperti contabili non sono esonerati dalle prove valutative, per l’accertamento dei requisiti di professionalità, finalizzate all’iscrizione nell’Albo dei consulenti finanziari.

Ai sensi dell’art. 2 del DM, infatti, i commercialisti non rientrano fra i soggetti dispensati dalle prove, contrariamente ai promotori finanziari e agli agenti di cambio. Ai commi 2 e 3, l’articolo stabilisce che, ai fini dell’iscrizione all’Albo, occorra “possedere un’adeguata conoscenza specialistica in materie giuridiche, economiche, finanziarie e tecniche”, da accertare tramite un apposito esame.

Rimangono esplicitamente esclusi dal sostenere e superare l’esame per l’accesso all’Albo :

- i promotori finanziari che, nei tre anni precedenti la richiesta d’iscrizione e per un periodo complessivo di almeno due anni, abbiano esercitato la propria funzione per conto di soggetti abilitati che, a loro volta, svolgevano attività in materia di investimenti;
– i quadri direttivi di terzo e quarto livello di soggetti abilitati che, per un periodo complessivo di due anni nei tre anni precedenti la richiesta, siano stati addetti al servizio di consulenza in materia di investimenti;
– gli agenti di cambio.

Il CNDCEC ha inviato un’obiezione motivata al TAR contro tale decisione, obiezione che è stata respinta. Il TAR ha infatti rigettato tale obiezione, reputando che il Legislatore abbia voluto valorizzare, ai fini dell’esonero, l’esperienza acquisita attraverso l’esercizio sul campo e le conoscenze specifiche richieste per svolgere l’attività di consulenza finanziaria. Si tratta, dunque, della “valorizzazione di esperienze concrete e specifiche, e non di mere attitudini o conoscenze teoriche” ancorché comprovate dal superamento dell’esame di stato previsto per l’accesso all’ Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili e dall’esercizio della professione medesima.

Al di là delle pronunce del TAR l’argomento non è da considerarsi “chiuso” , infatti alcune disposizioni contenute nella MIFID trattano, anche senza citare esplicitamente l’ Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, l’argomento prevedendo l’erogazione del servizio di  consulenza finanziaria  in forma accessoria da parte di altre categorie professionali.

Ma se gli aspetti squisitamente giuridici e normativi interessano prevalentemente gli operatori delle categorie professionali, sono poi invece gli aspetti pratici e di servizio “al pubblico” che faranno la differenza. Due aspetti come “il fiscale” e “il finanziario” che si intrecciano continuamente nella vita di un privato cittadino così come di un’ azienda  meritano un’attenzione davvero speciale e un approccio serio e professionale che solo Commercialisti e Consulenti Finanziari Indipendenti regolarmente abilitati potranno dare.

Rimane infatti indiscutibile che le due professioni hanno e avranno molti punti di contatto ed è per questo motivo che è auspicabile, in un futuro ormai necessariamente prossimo, che si attivino collaborazioni a tutti i livelli al fine di sviluppare sinergie che porteranno indubbi benefici ai numerosissimi clienti di queste due categorie professionali, così importanti per la tutela e la consulenza ai cittadini privati così come alle aziende di qualsiasi dimensione e settore.

Luca Rizzi – Rizzi Consulenze – www.rizziconsulenze.it – Torino

Mercato finanziario e fiducia dei risparmiatori

L’approssimarsi del mese di Agosto ed il pensiero alla vacanze non stimola di certo nel lettore riflessioni profonde come quelle sottostanti al titolo dell’articolo ma riteniamo che lo spunto offerto dal sondaggio IPSOS effettuato in esclusiva per PLUS 24 (Sole 24 Ore di sabato 24 luglio 2010) sia davvero interessante e meritevole di immediato approfondimento.

Il sondaggio ha inteso misurare il grado di fiducia dei risparmiatori nei confronti del sistema (regole, leggi, controlli, Authority) preposto alla tutela del risparmio nel nostro Paese: ne è emerso che il 62% degli intervistati ha poco o per nulla fiducia nel citato sistema.

Gli scandali finanziari vissuti negli anni scorsi (Parmalat in primis) hanno evidentemente lasciato il segno in termini di fiducia del risparmiatore ma quello che emerge è anche un quadro nel quale, accanto alla scarsa fiducia nella tutela del proprio denaro, si denota anche una scarsa conoscenza e/o notorietà degli organismi preposti al controllo con percentuali molto basse ad esempio per ISVAP (controllo sulle assicurazioni) e COVIP (controllo sui fondi pensione).

Evidentemente anche dal punto di vista dell’informazione e soprattutto della cultura finanziaria si deve fare ancora molto nel nostro Paese, magari introducendo una formazione di base già all’interno del sistema scolastico obbligatorio, per cercare di colmare una distanza tra risparmiatore e mondo della finanza inteso in senso ampio che ci sentiamo di raffigurare come una delle principali cause della sfiducia nel sistema di tutela.

Sicuramente anche l’atavica lentezza del nostro sistema giudiziario alimenta tale sfiducia considerando le attese cui è sottoposto il risparmiatore che ricorre alla via giudiziale per la tutela dei propri diritti. Tuttavia in questo ambito qualcosa si muove almeno dal punto di vista delle possibilità per il risparmiatore: dallo scorso ottobre è attivo l’arbitro bancario finanziario per la definizione in via stragiudiziale di controversie in materia di conti correnti, prestiti, mutui e dal prossimo dicembre sarà operativa la camera di conciliazione e arbitrato presso la Consob per le controversie nei rapporti contrattuali tra investitori ed intermediari.

In questo contesto per il risparmiatore, anche al fine di prevenire al massimo l’insorgere di problematiche future, può essere di grande utilità farsi assistere da un professionista qualificato che lo affianchi nell’approccio al mondo della finanza che, dati alla mano, è visto come irto di pericoli ed insidie anche per il risparmiatore più evoluto. E la figura del consulente finanziario indipendente si inserisce con una valenza multipla per il risparmiatore:

- Nella fase decisionale di allocazione dei propri risparmi fornisce consulenza, assistenza, trasmissione di cultura finanziaria e di informazioni personalizzate per le esigenze del singolo risparmiatore che acquisisce in tal modo consapevolezza delle scelte che opera affrancandosi così dal clima di sfiducia che abbiamo testè citato;

- Nella fase di revisione o di verifica delle proprie scelte pregresse e di analisi di potenziali problematiche subite o subendi gode di un’assistenza qualificata e professionale circa le migliori strade da intraprendere per la propria tutela, fino alla redazione di perizie, analisi e pareri utili ai professionisti preposti (avvocati) alla gestione delle situazioni più problematiche.

Reperire questi professionisti non è difficile: sul sito veroconsulente.it si può trovare l’elenco delle decine di studi professionali come lo scrivente che in tutto il Paese forniscono questi servizi professionali ai risparmiatori con il valore aggiunto delle sinergie derivanti dall’Associazione Nazionale (Nafop) fonte di interscambio esperienziale.  

Fabio Perna – Studio di consulenza finanziaria indipendente Tivoli Service – http://www.tivoliservice.it

Banche, Mifid e conflitto di interesse

Il tema della trasparenza nella vendita dei prodotti finanziari e soprattutto del conflitto di interesse quando si “suggerisce” ai clienti un determinato prodotto finanziario è sempre più di attualità: è di ieri la notizia che la Consob chiede alle prime cinque banche italiane di convocare i propri Cda per rivedere le procedure di vendita dei servizi finanziari. (riferimento articolo fonte IL SOLE 24 ORE http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/05/04/Finanza%20e%20Mercati/41_B.shtml?uuid=75bd1f30-5740-11df-b335-c4e158cb6808&DocRulesView=Libero)

Si tratta di un’iniziativa importante, volta a rafforzare i concetti espressi dalla normativa Mifid in tema di adeguatezza del prodotto proposto alle esigenze del cliente e non già a quelle di budget del proponente; nel nostro blog abbiamo parlato già di parcella occulta dei prodotti di investimento (o costi eccessivi che gravano su tanti prodotti in cui investiamo i nostri soldi), ora questa notizia ci dà lo spunto per evidenziare come la normativa Mifid ha finalmente introdotto anche in Italia la figura del consulente finanziario indipendente.

E’ una figura nuova, poco conosciuta, osteggiata dai tradizionali canali di vendita finanziari che vi vedono un concorrente scomodo, ma che può essere di grande utilità per il risparmiatore; infatti mentre gli organi di vigilanza controllano il corretto operato delle istituzioni finanziarie nel rapporto con il cliente finalizzato alla vendita di prodotti ai risparmiatori, quest’ultimi oggi hanno l’opportunità di farsi assistere nelle proprie scelte di investimento e nella verifica di quelle già effettuate da un professionista indipendente come il consulente fee only che, proprio perchè slegato da logiche di budget, vendita di un determinato prodotto, legami di mandato con la banca X o la sim Y, affianca il cliente con lo scopo di fornirgli la migliore assistenza possibile nel suo esclusivo interesse.

E questo interesse può essere perseguito solo da chi come il consulente fee only ha come principale mission quella di fornire un servizio di consulenza al proprio cliente e non quello di vendergli un prodotto; la preparazione professionale che ciascuno studio cura quotidianamente, anche attraverso l’aggiornamento continuo e l’interscambio con colleghi operanti in tutta Italia con propri studi, attribuisce ulteriore valore al servizio che il cliente riceve dal consulente fee only.

Ecco quindi che il check proposto dallo scrivente studio e dai tanti studi fee only associati Nafop (elenco reperibile sul sito http://www.veroconsulente.it) è un’ottima opportunità per il risparmiatore di conoscere un approccio diverso alla gestione dei propri risparmi e delle proprie esigenze finanziarie.

Fabio Perna – Tivoli Service – http://www.tivoliservice.it

L’istituzione dell’Albo dei consulenti finanziari e delle società di consulenza finanziaria: un traguardo sempre più vicino

tratto dalla newsletter di ITForum

Intervista alla prof.ssa Maria-Teresa Paracampo – Università di Bari,
relatrice della tavola rotonda organizzata da
NAFOP, l’associazione dei professionisti e delle società di consulenza indipendente, che si terrà giovedì 13 maggio alle 14.30 all’ITForum di Rimini.


La definizione del quadro normativo di riferimento in tema di consulenti finanziari e società di consulenza finanziaria sta per avviarsi a conclusione. La recente emanazione del regolamento Consob in materia ha ridato impulso ad un processo normativo che, a partire dal recepimento della Mifid, aveva visto frapporsi non pochi ostacoli sulla via della compiuta realizzazione.

Alla prof.ssa Maria-Teresa Paracampo, ricercatrice in Diritto dell’Economia e incaricata degli insegnamenti di Diritto del Mercato Finanziario e Diritto degli Intermediari Finanziari presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari, che ne ha seguito con attenzione l’evoluzione, abbiamo rivolto alcune domande sullo stato attuale e sulle prospettive di concreta operatività.

Prof.ssa Paracampo, stando agli ultimi interventi normativi, la meta dell’istituzione dell’Albo dei consulenti finanziari e delle società di consulenza finanziaria appare più vicina?
Ebbene sì, di strada ne è stata fatta e così di importanti passi normativi. Fino a qualche mese fa l’istituzione e la concreta operatività dell’Albo dei consulenti finanziari e delle società di consulenza finanziaria sembrava ancora un obiettivo lontano, una sorta di miraggio, specie a seguito dell’ennesima proroga annuale prevista dal decreto legge 30 dicembre 2009, n. 194.
Poi all’improvviso la sorpresa del regolamento Consob, emanato nel gennaio 2010, che ha fatto nuovamente ben sperare tutti i consulenti già operanti in un limbo di ambiguità normativa: elemento che ne ha penalizzato l’immagine professionale agli occhi dei clienti, attuali e potenziali.
Così un tassello di particolare rilevanza si aggiunge al puzzle normativo che si auspica quanto prima possa essere completato, senza dover necessariamente aspettare la fine del 2010, termine finale previsto dall’indicato decreto legge.
L’emanazione del regolamento Consob ha così riaperto i giochi, consentendo in definitiva di riaccendere i riflettori sull’obiettivo finale, l’istituzione dell’Albo, la cui realizzazione consentirà la piena consacrazione dei consulenti finanziari indipendenti quali professionisti intellettuali impegnati nel settore della consulenza in materia di investimenti.
Va però riconosciuto alle associazioni di categoria il merito di aver incessantemente lottato e condotto diverse battaglie a sostegno di questo obiettivo. Battaglie che, com’è evidente, cominciano a dare tangibili segnali positivi.

Per quale motivo l’istituzione dell’Albo riveste tanta importanza nella disciplina dei consulenti finanziari?
La figura del consulente finanziario ha trovato ingresso nel nostro ordinamento nel processo di recepimento della Mifid, grazie ad una disposizione di rango primario. Il riconoscimento giuridico però per divenire ufficiale ed effettivo sul mercato necessita del completamento della cornice normativa di rango secondario che ne prescriva le condizioni di operatività. E tanto a tutela sia dei clienti che si affidano ai consulenti, sia degli stessi consulenti che possono contare su regole certe di operatività e distinguersi con tali caratteristiche su un mercato competitivo qual è appunto quello della consulenza.
In questo contesto il consulente finanziario svolge una professione intellettuale protetta (come l’avvocato o il commercialista), l’esercizio della quale è subordinata all’iscrizione in un albo professionale, incorrendo diversamente in ipotesi di esercizio abusivo della professione.
A differenza degli intermediari finanziari che necessitano di un’autorizzazione rilasciata dall’Autorità di vigilanza sulla scorta di una serie di presupposti soggettivi ed oggettivi, i consulenti finanziari, in possesso dei requisiti di professionalità, onorabilità, patrimoniali e di indipendenza, prescritti dal d.m. n. 206/2008, sono legittimati a prestare il servizio di consulenza in materia di investimenti – senza detenzione di somme di denaro e di strumenti finanziari di pertinenza della clientela – solo a seguito dell’iscrizione nell’albo di pertinenza, previo accertamento dei prescritti requisiti ad opera dell’Organismo deputato alla tenuta dell’Albo. Per i consulenti finanziari quindi il momento autorizzativo coincide con l’iscrizione nell’Albo che quindi certifica, a tutela dei clienti, il possesso dei requisiti su indicati.
Ecco il motivo che scalda tanto gli animi in direzione di questo obiettivo. Senza albo il consulente rimane bloccato nell’esercizio della sua professione.

Quali, secondo Lei, i motivi del ritardo progressivamente maturato nella definizione del quadro normativo in tema di consulenza finanziaria indipendente?
Direi per un verso una sorta di diffuso scetticismo nei confronti di una nuova figura professionale – quella del consulente – affermata all’estero, ma poco conosciuta nel nostro Paese e legittimata ad operare nel delicato settore della consulenza.
E come in ogni mercato l’ingresso e la concorrenza di nuovi operatori non viene digerita facilmente, specie se questi nuovi operatori sono soggetti ad uno statuto speciale e differente rispetto a quello più gravoso che governa gli intermediari finanziari. Uno statuto speciale che, occorre ricordarlo, deriva altresì dalle particolari limitazioni operative del consulente finanziario, che presta il servizio di consulenza in materia di investimenti senza detenzione di denaro e di strumenti finanziari di pertinenza della clientela, come espressamente previsto dall’art. 18 bis Tuf per i consulenti finanziari persone fisiche e dall’art. 18 ter Tuf per le società di consulenza finanziaria.
Per altro verso il processo di adeguamento alla Mifid non è stato lineare, subendo diversi e continui colpi di scena normativi che hanno creato più confusione che chiarezza nella ricostruzione della cornice disciplinare applicabile. Alludo al continuo balletto di rinvii per l’istituzione dell’Albo professionale, all’introduzione dell’art. 18 ter Tuf sulle società di consulenza finanziaria, al d.lgs. n. 101/2009 che ha sostanzialmente riscritto la disciplina dell’organismo e il testo dell’art. 18 bis Tuf.

Il complesso normativo in tema di consulenza finanziaria indipendente è quindi prossimo a vedere la luce. Quale ostacolo potrebbe ancora frapporsi verso l’obiettivo finale?
All’appello manca ancora l’intervento del Ministro dell’Economia, alla cui competenza regolamentare è rimessa l’emanazione di due decreti: uno sui requisiti di indipendenza e patrimoniali delle società di consulenza finanziaria, unitamente a quelli di onorabilità degli esponenti aziendali (ma quest’ultima materia rimane nella scelta discrezionale del Ministero) ai sensi dell’art. 18 ter, commi 1 e 2, Tuf; l’altro di nomina dei membri dell’Organismo, in sede di prima applicazione, ai sensi dell’art. 19, comma 14, d.lgs. n. 164/2007 (decreto di recepimento della Mifid).

Ebbene, il primo decreto, quello relativo alle società di consulenza finanziaria, rappresenta quello di gran lungo più problematico e la cui compiuta definizione potrebbe allungare i tempi di risoluzione normativa, tardando ulteriormente il completamento di quel puzzle che solo può consentire ai consulenti già operanti di affermarsi sul mercato e di riacquistare piena dignità professionale agli occhi degli investitori.

Quali i motivi che rendono delicato l’argomento?
Nel corso del 2009 si è assistito al riconoscimento giuridico delle società di consulenza finanziaria – accanto ai consulenti finanziari persone fisiche – nella veste di s.p.a. e di s.r.l., mediante l’introduzione dell’art. 18 ter Tuf, sulla scorta di un presunto corretto recepimento della Mifid. Riconoscimento che non è stato però accompagnato dalla definizione di un quadro disciplinare adeguato e completo.
Le stesse materie rimesse alla competenza regolamentare del Ministro dell’Economia (circoscritte ai requisiti patrimoniali e di indipendenza e, in via eventuale, ai requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza degli esponenti aziendali) individuano un campo di intervento alquanto circoscritto che solleva una serie di dubbi e perplessità in relazione alla struttura societaria ed alla specifica veste giuridica prescelta (s.p.a. e s.r.l.). Interrogativi sui requisiti strutturali che potrebbero riguardare – per citarne alcuni – l’oggetto sociale delle società in questione, il capitale sociale che dovrebbe tener conto dei limiti fissati in sede comunitaria, la composizione societaria (non dimentichiamo che si tratta di società di capitali), il requisito di indipendenza che diviene più articolato rispetto a quello dei consulenti persone fisiche in ragione della struttura societaria. Tutti profili di non sollecita definizione per i risvolti giuridici che potrebbero avere sui neoadepti della consulenza.
Inoltre la preventiva identificazione compiuta con riferimento alla veste societaria di s.p.a. e s.r.l. ed il conseguente richiamo della disciplina dell’attività di impresa non sembra offrire il modello più appropriato per l’esercizio in comune di una professione protetta (e tale può essere qualificata quella del consulente finanziario, dovendo necessariamente essere iscritto ad un albo professionale che ne legittimi l’operatività), in relazione al quale avrebbe potuto compiersi una scelta differente: quella della società tra professionisti, sulla scorta del modello della società tra avvocati.

Cosa suggerisce allora per superare l’empasse?
Penso che l’esigenza più impellente sia quella di restituire fiducia ai consulenti, sia a quelli già operanti sia a quelli (specie promotori finanziari) che aspettano da tempo il completamento del quadro normativo per passare dall’altra parte del guado e cominciare ad esercitare l’attività professionale della consulenza in condizioni di indipendenza rispetto ad intermediari finanziari.
Motivo quest’ultimo che da un lato evidenzia la necessità di evitare ulteriori ingolfamenti nell’iter di definizione normativa – e alludo al decreto ministeriale sui requisiti delle società di consulenza finanziaria – dall’altro rende auspicabile quanto prima l’emanazione del decreto ministeriale di nomina dei membri, in sede di prima applicazione, dell’Organismo deputato alla tenuta dell’Albo, funzionale all’istituzione ufficiale dello stesso.
Cosa che se per un verso consentirà l’ingresso a pieno regime dei consulenti finanziari persone fisiche sul mercato della consulenza nei tempi previsti (entro la fine del 2010), per altro verso offrirà l’opportunità di ripensare – e magari rivedere – la disciplina e la veste giuridica delle società di consulenza finanziaria, approntando un modello più consono al carattere intellettuale della professione esercitata.

Il completamento della cornice normativa in tema di consulenti finanziari indipendenti quale vantaggio pensa possa arrecare all’investitore?
Gli effetti benefici conseguenti alla compiuta definizione dello statuto normativo del consulente finanziario indipendente sono diversi e complementari. L’esistenza di disposizioni certe quanto a requisiti soggettivi dei consulenti e a regole di operatività se da un lato favorisce la riabilitazione dell’immagine della categoria professionale dei consulenti finanziari, dall’altro ne istituzionalizza – agli occhi degli investitori – la presenza nell’arena competitiva del mercato della consulenza.
L’investitore saprà che, rivolgendosi ai consulenti finanziari, potrà contare su precisi e determinati requisiti di professionalità ed indipendenza rispetto ad intermediari finanziari, requisiti di cui si fa garante l’Organismo che, deputato alla tenuta dell’Albo, provvede alle iscrizioni dei consulenti, previo accertamento dei requisiti prescritti.
Motivo per cui l’auspicio è che in tempi ravvicinati vi sia lo sprint finale in vista del debutto ufficiale ed operativo dell’Albo dei consulenti finanziari.
Non va peraltro trascurato che il servizio prestato dai consulenti presenta un valore aggiunto per l’investitore, dal momento che il rapporto diretto e la formulazione di raccomandazioni personalizzate adeguate alle caratteristiche del cliente può contribuire sensibilmente a migliorarne il livello di cultura finanziaria – di cui attualmente si è diffusamente manifestato il bisogno – rendendo l’investitore realmente consapevole delle proprie scelte di investimento.

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Il valore aggiunto (?) della gestione attiva

Nel prospetto informativo dei fondi comuni di investimento collocati dalle banche e/o dalle reti di promotori finanziari, quando si parla di politica di gestione dei patrimoni si fa sempre riferimento ad una strategia di investimento di tipo attivo: questo significa – in parole semplici – una strategia con la quale il gestore prende una molteplicità di decisioni di investimento nel tempo, finalizzate ad ottenere una performance superiore a quella del benchmark di riferimento dichiarato nel prospetto informativo.
Il benchmark è un indice (o una composizione di indici di mercato) che sintetizza l’andamento del mercato (o dei mercati) in cui investe il fondo. Esso è dunque un parametro di riferimento oggettivo che permette di identificare il profilo di rischio e rendimento di ciascun fondo comune. Il confronto dei risultati dell’investimento con quelli del benchmark consente di valutare su basi oggettive l’operato del gestore; un bravo gestore (o team di gestione) è colui che riesce a “battere” il proprio indice di riferimento in maniera costante (e significativa) nel tempo. Per un bravo gestore, può valere la pena “pagare” commissioni (costi) di gestione più elevati, poiché i costi elevati sono giustificati da performance di rilievo (o, quando negative, in misura però inferiore rispetto agli indici di mercato di riferimento nei periodi di ribasso dei mercati finanziari).
Alla gestione attiva, spesso viene contrapposta la c.d. politica di gestione passiva: nell’ambito di questa strategia, si ricorre al metodo di replicare l’andamento di uno più o benchmark: un portafoglio che replica l’andamento di un indice viene realizzato acquistando attività finanziarie nella stessa proporzione dell’indice scelto; tipicamente, la strategia di gestione passiva è quella utilizzata ad esempio con gli etf che, rispetto ai fondi comuni di investimento, presentano costi di gestione decisamente inferiori (tanto per dare un ordine di grandezza, i fondi comuni azionari hanno mediamente commissioni di gestione pari all’1,80% annuo, quelle degli etf azionari sono – in media – pari allo 0,50% annuo).

La premessa di cui sopra (spero sia abbastanza chiara, ho cercato di condensare in poche righe concetti complessi) servirà per capire meglio – spero – dove voglio andare a parare con questo post.
Qualche giorno fa, un cliente mi ha mostrato l’ultima comunicazione ricevuta dalla propria banca: si tratta dell’aggiornamento del prospetto informativo di alcuni fondi che ha sottoscritto presso quello stesso intermediario, dove sono contenuti le illustrazioni dei dati periodici (relativi al 2009) di rischio/rendimento dei fondi gestiti dalla SGR (Società di Gestione del Risparmio) del gruppo cui appartiene anche la banca, e i relativi costi a carico del patrimonio dei fondi stessi. Tale comunicazione viene inviata ogni anno a tutti i partecipanti dei fondi comuni di investimento, sulla base di quanto disposto da Consob. Allegata a tale comunicazione, vi è una brochure dove vengono commentati i risultati ottenuti nel 2009 e le “novità” che riguardano gli stessi fondi comuni “di casa” (collocati e gestiti all’interno del gruppo); è proprio da quest’ultima che vorrei partire, riportando parte dell’editoriale che si trova su tale opuscolo:

“Il 2009 è stato un anno particolarmente significativo per il mondo del risparmio gestito e per i Fondi di XXXXX in particolare.
Il mondo dei Fondi ha superato con successo la crisi finanziaria che si è abbattuta sull’economia mondiale, evidenziando una solidità capace di tutelare e aiutare il risparmiatore anche nei periodi più critici.
Dopo un primo trimestre difficile, con mercati fortemente negativi, abbiamo assistito a una ripresa delle Borse che hanno recuperato tutto il terreno perso da inizio anno segnando decisi progressi.
Questa dinamica, unita a una generalizzata riduzione dei tassi di interesse, ha permesso a quasi tutte le categorie di Fondi di registrare sull’arco di dodici mesi risultati positivi che hanno fatto crescere la ricchezza loro affidata.
I gestori di XXXXX sono stati particolarmente attenti nell’interpretare i mercati e hanno in molti casi battuto gli indici/obiettivi di riferimento (vedi le schede di aggiornamento…..per verificare i singoli casi).
………..”

Mi hanno colpito in particolare le ultime righe di ciò che ho riportato e che ho evidenziato in grassetto; quindi, dopo aver letto tale affermazione, sono andato a controllare i dati relativi al 2009 contenuti nell’aggiornamento che la SGR ha inviato ai partecipanti dei fondi comuni che gestisce e la realtà è questa: di tutti i fondi comuni collocati, tolti quelli che non dichiarano nessun benchmark (poiché appartenenti alla categoria dei flessibili, cui è consentito non dichiarare alcun parametro di riferimento), tolti quelli che hanno una “storia di vita” inferiore ai 3 anni o che hanno cambiato in maniera sostanziale la politica di investimento negli ultimi 3 anni (che non ho preso in considerazione), ne sono rimasti 34. Di questi 34, se si considera un arco temporale di 3 anni, quelli che in questo periodo di tempo hanno battuto il proprio benchmark di riferimento sono stati 4 (!); se si allunga il periodo di osservazione a 5 anni, i fondi che hanno battuto il proprio indice di riferimento dichiarato sono stati 2 (!!), di cui uno per una percentuale pari allo 0,07% (come potete vedere dalla tabella riportata qui). Mi è venuto da pensare cosa intendessero esattamente i redattori della brochure quando hanno scritto che i gestori hanno in molti casi battuto gli indici/obiettivi di riferimento…

Per concludere, due parole di commento alla tabella riportata: nella 1° colonna, vi sono indicati il fondo comune, la categoria in cui viene classificato e il proprio benchmark di riferimento dichiarato; nella 2° colonna, ho riportato il T.E.R. (Total Expense Ratio) dichiarato nel 2009, vale a dire il costo percentuale medio annuo gravante sul patrimonio del fondo (e quindi sul patrimonio dei singoli partecipanti/risparmiatori al fondo stesso); nella 3° colonna, vengono messe a confronto le performance medie su base annua – su di un arco temporale di 3 anni – del fondo comune con il proprio benchmark dichiarato; la 4° colonna è come la 3°, con la differenza che l’arco temporale preso in considerazione qui è di 5 anni; la 5° colonna rappresenta la differenza media su base annua – su di un orizzonte di 3 anni – tra la performance del fondo comune e quella del proprio benchmark; l’ultima colonna è uguale alla precedente, ma l’orizzonte temporale preso in considerazione qui è di 5 anni.
Sulla base di questi dati, facciamo un semplice esempio numerico per dare un’idea, in termini di Euro, di cosa rappresentano queste performance e differenze percentuali.
Prendiamo come esempio i dati relativi al fondo beta (come da tabella allegata).
Supponiamo che un investitore abbia investito nel fondo 100.000€ il 01/01/2007; con un TER dichiarato da questo fondo del 2% circa all’anno, significa che in 3 anni il risparmiatore ha versato al gestore commissioni per poco meno di 6.000€ (2.000€ circa ogni anno). Dopo 3 anni – il 31/12/2009 – il nostro investitore si ritrova con 94.090€, poiché il fondo ha perso, nel corso dei 3 anni, il 2% all’anno circa; se l’investitore, anziché investire i suoi 100.000€ nel fondo comune, li avesse utilizzati per sottoscrivere per esempio uno o più etf che replicano esattamente il benchmark di riferimento del fondo beta, pagando commissioni per circa 1.500€ in 3 anni (diciamo lo 0,50% ogni anno circa), al 31/12/2009 si sarebbe ritrovato con poco più di 102.000€, poiché l’indice di riferimento ha avuto una performance positiva – negli ultimi 3 anni – dell’ 1,10% ogni anno. In sostanza, dopo 3 anni, investendo nel fondo comune beta si sarebbe ritrovato ad aver pagato circa 4.500€ in più di costi rispetto all’investimento in etf per ritrovarsi con circa 8.000€ in meno in termini di propria ricchezza finanziaria!
Non voglio dire che gli etf siano necessariamente migliori dei fondi comuni di investimento amministrati da gestori “attivi”; dico però che, poiché questi gestori professionali richiedono laute commissioni – che vengono pagate dai partecipanti al fondo comune – devono dimostrare con i risultati che si meritano di ricevere compensi così elevati; e che i risparmiatori dovrebbero porre maggiore attenzione alle performance che questi professionisti ottengono, in relazione soprattutto ai contesti all’interno dei quali agiscono.

M. Serra – Bologna

Se……

Non sono “di parola”; avevo  detto che quello del “mito” sarebbe stato il mio ultimo contributo dell’anno e, invece, eccomi di nuovo!

Questa volta però non è per dare un contributo ma per buttare là alcune perplessità: se, tra i lettori (SOLO  consumatori, non addetti ai lavori) , c’è qualcuno che mi vuole dare una sua opinione gliene sarò grato perchè, in questo caso, preferisco il confronto con qualcuno che “non è di parte” .

SE:

- un giorno qualcuno vietasse ad un prete di dire messa in una casa privata o, comunque, di farlo al di fuori della chiesa  dove  di solito  celebra

- fosse vietato ad un avvocato di far visita ad un proprio cliente in carcere

- ad un architetto non fosse permesso di visitare un cantiere , insieme al committente, dove è in corso un lavoro

- un medico non potesse fare visite a domicilio

- un poliziotto non potesse difendere un cittadino aggredito in casa

- un infermiere non potesse soccorrere, per strada ,  un cittadino che ha avuto un malore solo per il fatto che questi non se lo è fatto venire  all’interno di un ospedale

- un commercialista non potesse  erogare consulenza al di fuori del proprio studio

… ecco, se uno di questi casi si verificasse Voi, cittadini, cosa pensereste e come reagireste?

SE… NON HO CAPITO MALE,  sembra che al consulente finanziario  indipendente sia vietato di  erogare consulenza al di fuori del proprio studio (il che, dunque,  presume che il consulente debba, per forza di cose, avere uno studio); se le cose stanno in questo modo mi chiedo quale diversa tutela possa avere il consumatore  se riceve, dallo stesso professionista, una consulenza al proprio domicilio o presso lo studio del professionista (la domanda ha un suo fondamento se pensiamo che le regole che si stanno per stabilire sono disegnate, almeno in base a quanto si dice, per tutelare il risparmiatore).

SE  ciò che ho appena descritto corrisponde al vero vuol  dire anche che il consulente indipendente non può affiancare/accompagnare il cliente quando questi si reca dagli intermediari che Egli (il risparmiatore) ha scelto: l’impossibilità di farsi affiancare da un consulente indipendente  incrementa o limita la tutela del risparmiatore?

Io mi auguro di aver capito male e se, invece, ho capito bene spero che questa norma venga cambiata.

… intanto, consumatori/risparmiatori,  dite Voi la Vostra opinione, SE volete… e, ancora,   buon 2010 .

Giorgio Canella –  www.giorgiocanella.it - Padova

Risparmio gestito e investimenti vari: un problema etico e culturale (parte 2a)

la "bolla"Seconda parte

La prima considerazione è che, contrariamente a quanto hanno scritto i giornali, la fuga dei risparmiatori italiani dai fondi comuni di investimento non è dovuta alla penalizzazione del sistema di tassazione dei fondi italiani, bensì alle politiche di gestione delle banche e delle reti di vendita che hanno indirizzato i risparmiatori verso polizze assicurative e obbligazioni bancarie (prodotti con più alti margini di profitto e minore assistenza post vendita).

La conferma la si può trovare nelle conclusioni del Rapporto del luglio 2008 del Gruppo di lavoro sui fondi comuni italiani, promosso dalla Banca D’Italia con la partecipazione di rappresentanti del Ministero dell’Economia e delle finanze, della Consob e dell’industria, in particolare vi si legge: “Dopo essere cresciuti a un ritmo molto sostenuto nella seconda metà degli anni novanta, dall’inizio di questo decennio i fondi comuni italiani hanno registrato un persistente deflusso netto di risparmio: tra il 2000 e il 2007 i riscatti di quote hanno sopravanzato le sottoscrizioni per 153 miliardi, restando cospicui anche nei primi mesi del 2008; il patrimonio gestito si è nel complesso ridotto di oltre un terzo. L’ampia contrazione dei fondi comuni italiani è stata solo in parte compensata dalla crescente diffusione nel nostro Paese di fondi comuni esteri.

Il ridimensionamento del settore è un caso unico tra i principali paesi europei. La quota di mercato dei fondi comuni di diritto italiano in Europa è scesa dal 12 al 4 per cento. Nel portafoglio delle famiglie italiane tra il 2000 e il 2006 il peso dei fondi comuni (italiani ed esteri) si è ridotto di quasi 9 punti percentuali, all’8 per cento; sono nel contempo aumentati i pesi delle polizze assicurative e della raccolta bancaria (di circa 6 e 3 punti percentuali, rispettivamente).

Numerosi sono i fattori che hanno contribuito alla crisi del settore: asimmetrie regolamentari in materia di trasparenza e di regole di comportamento dei soggetti collocatori, che svantaggiano i fondi comuni rispetto, principalmente, alle polizze assicurativo-finanziarie e alle obbligazioni bancarie; l’assetto dell’industria, imperniato sull’integrazione verticale tra produzione e distribuzione, in cui le reti bancarie e assicurative svolgono un ruolo dominante in forza del fatto che esse sono il canale pressoché esclusivo per la vendita al pubblico di prodotti finanziari; infine, un regime fiscale che penalizza i fondi italiani rispetto a quelli esteri. Queste caratteristiche dell’industria italiana del risparmio gestito, unitamente alla scarsa assistenza fornita ai clienti nelle scelte di investimento, hanno fatto sì che, da un lato, le SGR non abbiano avuto incentivi a innovare e migliorare i prodotti, dall’altro, la distribuzione abbia privilegiato prodotti meno trasparenti, che richiedono un minore impegno di gestione postvendita nelle relazioni con i clienti.

Tale scenario rende necessari interventi incisivi e tempestivi da parte sia delle Autorità di settore sia delle società di gestione del risparmio e dei relativi gruppi di appartenenza.”

La seconda considerazione è che se siamo finiti in questa situazione la colpa non è solo dell’industria del risparmio gestito (banche, assicurazioni, promotori finanziari ecc), è anche delle autorità di vigilanza che si sono limitate a registrare l’andamento del mercato piuttosto che prevenire ed impedire comportamenti scorretti dovuti all’asimmetria informativa che caratterizza il settore, ed è anche dei risparmiatori che si sono lasciati prendere la mano in momenti di euforia dei mercati.

Quella che ha riguardato il mercato del risparmio gestito in Italia è stata una vera e propria sbronza seguita alle novità introdotte dalla Legge n.1 del 2 gennaio 1991 (nascita delle SIM e dell’Albo dei Promotori Finanziari) e agli eventi che hanno preceduto l’entrata dell’Italia nella comunità economica europea.

Il processo di convergenza verso l’euro ha determinato il passaggio da una situazione di alti tassi e di alta inflazione ad una di bassi tassi e bassa inflazione. Una vera e propria rivoluzione che ha fatto perdere di vista il mercato dei titoli di Stato che ormai davano rendimenti risicati rispetto a quelli a cui tutti eravamo abituati, anche se in termini reali era cambiato poco. Da li vi è stato un graduale travaso di risparmio dai titoli di stato ai fondi comuni di investimento, ai famosi reverse floater e altre diavolerie finanziarie che hanno riservato tantissime delusioni e perdite ai loro sottoscrittori. Il crescente travaso di capitali verso gli investimenti azionari sia direttamente che tramite i fondi, unitamente ad una congiuntura favorevole dei mercati dovuta anche ai bassi tassi di interesse che favorivano gli indebitamenti, ha condotto gli ingenui, sprovveduti ed inesperti risparmiatori italiani verso la prima grande bolla speculativa degli ultimi anni del ventesimo secolo, la bolla Hi-tech e dei mercati azionari, a “piedi uniti”.

Prosegue nella prossima puntata

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