Mercati azionari, dollaro e obbligazioni governative

Da un paio d’anni il nostro studio (Lupotto&Partners)  pubblica una newsletter riservata ai propri clienti in consulenza in cui vengono trattati di volta in volta temi di investimento.

Abbiamo pensato di mettere a disposizione dei lettori del blog un numero di questa newsletter, in cui si trattano tre temi che ritengo siano di pressante attualità:

- la situazione dei mercati azionari dopo lo storno delle ultime settimane
– la situazione del cambio Euro/Dollaro
– la situazione delle obbligazioni governative europee

La newsletter è liberamente scaricabile al link seguente:

http://www.box.net/shared/s78k437n09

Si tratta naturalmente di opinioni personali liberamente espresse che non vanno intese come raccomandazioni di investimento ma come temi di discussione da commentare su queste pagine.

Gianni Lupotto – Lupotto & Partners – www.lupotto.it - Torino

Obbligazioni strutturate? Un esempio targato Bancoposta

Tra gli strumenti finanziari che hanno fatto più facilmente breccia negli ultimi anni all’interno dei portafogli dei risparmiatori italiani ci sono senza dubbio le obbligazioni strutturate, talvolta anche di difficile comprensione e che necessitano comunque di un’attenta riflessione.

In proposito metto con piacere a disposizione dei lettori una mia analisi al link indicato più avanti. Si tratta di una delle tante obbligazioni strutturate emesse negli ultimi anni da Bancoposta e da cui emerge soprattutto la natura di “scommessa finanziaria” di certi strumenti e la poca appetibilità degli stessi rispetto a un BTP o altro titolo di Stato di pari scadenza, almeno in fase di collocamento. Non a caso, da qualche tempo, le autorità competenti hanno obbligato gli emittenti a fare questo genere di confronto all’interno dei cosiddetti “prospetti informativi”: segno che qualche elemento di chiarezza in più su certi strumenti forse serviva anche prima.

Il contenuto dell’analisi che vi propongo costituisce ovviamente un mio parere professionale, che, sebbene opinabile, spero possa essere di utile confronto anche con con chi non sarà d’accordo con le mie valutazioni. Buona lettura!

http://www.box.net/shared/manebhind7 (il file rimarrà disponibile anche nel riquadro “box.net “presente nel blog)

Cesare Nistri – Studio Politi Nistri – www.politinistri.it – Milano

c.nistri@politinistri.it

Economia e mercati nel quarto trimestre

Nel quarto trimestre dell’anno i trend espressi dai mercati finanziari nel periodo precedente hanno manifestato qualche segnale di incertezza. L’azionario non ha subito correzioni importanti, ma ha perso forza. Le quotazioni dell’obbligazionario in Europa si sono stabilizzate e negli Stati Uniti hanno registrato un saldo negativo ed una maggiore volatilità.

Lo spartiacque, per l’obbligazionario USA, è stato segnato ai primi di Dicembre dalla netta ripresa delle quotazioni del Dollaro, che ha determinato anche un calo dell’oro. Si è dunque interrotta quella relazione tra debolezza del biglietto verde e rimbalzo dell’azionario che si manifestava da Marzo. Difficile per ora attribuire a questo segnale il valore di sicuro indicatore di ripresa negli USA. Manca infatti un pieno conforto nei dati dell’economia reale e la debolezza dell’Euro trova anche altre spiegazioni, specie il manifestarsi di seri problemi di bilancio in alcuni Paesi dell’Unione Monetaria.

Il prodotto interno lordo rimane sulla via della crescita nei Paesi Emergenti mentre nelle economie più mature la ripresa a V riguarda forse le quotazioni delle attività finanziarie, ma non certo l’economia reale. La tabella che segue mostra l’andamento del prodotto interno lordo degli Stati Uniti, suddiviso nelle sue componenti, a partire dal primo trimestre del 2007 fino al terzo trimestre del 2009, l’ultimo disponibile.

Year – Quarter

Personal consumption expenditures Gross private domestic investment Net exports of goods and services Government consumption expenditures and gross investment Gross domestic product

2007 – I

9.658,50 2.267,20 - 729,40 2.599,30 13.795,60

2007 – II

9.762,50 2.302,00 - 724,80 2.657,40 13.997,20

2007 – III

9.865,60 2.311,90 - 698,40 2.700,90 14.179,90

2007 – IV

10.019,20 2.272,90 - 702,50 2.748,30 14.337,90

2008 – I

10.095,10 2.214,80 - 744,40 2.808,30 14.373,90

2008 – II

10.194,70 2.164,60 - 738,70 2.877,10 14.497,80

2008 – III

10.220,10 2.142,70 - 757,50 2.941,40 14.546,70

2008 – IV

10.009,80 2.022,10 - 590,50 2.905,90 14.347,30

2008 – I

9.987,70 1.689,90 - 378,50 2.879,00 14.178,00

2009 – II

9.999,30 1.561,50 - 339,10 2.929,40 14.151,20

2009 – III

10.132,90 1.556,10 - 402,20 2.955,40 14.242,10

Fonte: elaborazione Studio Tirabassi su dati US Department of Commerce – Bureau of Economic Analysis

I dati – avverto che si tratta di valori nominali – mostrano una ripresa ancora debole quantitativamente e qualitativamente. Solo nel terzo trimestre 2009 si assiste infatti ad un timido rimbalzo ed anche i dati parziali più recenti, pur positivi, non mutano di molto il quadro. I consumi privati sono stati aiutati da forti incentivi, peraltro oggi in buona parte scaduti, ma dopo aver perso il 2,3% sono risaliti lo 1,4%. Il PIL è sostenuto dalla crescente spesa pubblica ma riprende a salire anche il deficit commerciale. Sono crollati invece gli investimenti, senza accenno di inversione. Gli enormi sforzi messi in campo dal governo – che ha aumentato del cinquanta per cento circa il debito pubblico – e dalla Federal Reserve – che ha triplicato i finanziamenti al sistema – sono iniziati ormai due anni fa. Hanno arrestato il crollo ma verosimilmente non potranno continuare in questo modo. L’economia reale dovrà gradualmente far conto sulle sole proprie forze. Investimenti e consumi incontreranno la formidabile concorrenza delle prossime emissioni di titoli di stato, di ammontare straordinariamente elevato, e il drenaggio di liquidità che la banca centrale dovrà pur iniziare a fare.

Lo stesso vale per l’Europa, dove anzi i segnali congiunturali di ripresa dell’attività economica sono anche più pallidi. Soltanto i Paesi Emergenti reggono l’urto della crisi. Si manifesta una realtà a due facce, con l’Occidente che paga la crisi con calo della produzione industriale e dell’occupazione molto forte e, per ora, senza consistenti trend di ripresa. Le economie emergenti invece si avvantaggiano di un rapporto molto migliore tra capacità produttiva e spesa e tra capacità produttiva ed indebitamento.

Il tema della sostenibilità delle finanze pubbliche, tuttavia, rischia di rubare la scena a quello della ripresa economica. Nel trimestre appena concluso due notizie hanno avuto grande rilievo: la crisi finanziaria di Dubai World ed il downgrade del debito pubblico della Grecia. Quest’ultimo, in particolare, pone le banche greche nella condizione di non potersi più finanziare, almeno in prospettiva, presso la BCE.

Ma occorre dare rilievo anche ad altri fatti. I C.D.S. sul debito sovrano hanno ricominciato a salire, seppure in modo non drammatico, per molti Paesi. Sono stati avanzati dubbi sulla tenuta del rating tripla A di Gran Bretagna e Stati Uniti. In ogni caso, in chiusura del trimestre i rendimenti si registrano in crescita in tutto il mondo ed il decennale statunitense paga ormai soltanto tre decimi di meno di quello italiano mentre quello britannico è giunto a pagare lo stesso tasso, per poi attestarsi poco sotto.

Sui mercati azionari il trend molto positivo che risale a Marzo è proseguito, seppure con maggiore lentezza. Il saldo per l’indice MSCI AC World, in Euro, è di un progresso complessivo del 6 per cento. In Ottobre le trimestrali hanno esposto dati positivi, ma le banche li devono soprattutto al trading mentre il settore industriale – che ha registrato cali di fatturato dal dieci al venticinque per cento rispetto ad un anno prima – li deve soprattutto al taglio dei costi.

Gli investimenti obbligazionari non hanno generato in questo trimestre, nel loro complesso, rendimenti positivi. Per i titoli governativi si è fatta sentire sul finale dell’anno la richiesta di rendimenti più elevati. Il debito pubblico statunitense ha raggiunto, a metà Novembre, l’ottanta per cento del PIL ed è destinato a crescere, ma il dibattito relativo alle conseguenze resta al momento sullo sfondo. Da segnalare anche l’approvazione, alla vigilia di Natale, della riforma sanitaria voluta dall’amministrazione Obama. Benchè imperniata sulle assicurazioni private, costituisce senza dubbio uno spostamento del baricentro del sistema economico del Paese.

La Federal Reserve e la BCE non hanno ritoccato i tassi né prevedono di farlo a breve. Tuttavia si inizia a parlare di “exit strategy” rispetto ad una politica di forte incremento della liquidità, con l’istituto centrale europeo che appare su posizioni di maggiore rigore. La Banca Centrale del Giappone, invece, pare cambiare rotta su pressione del nuovo governo e ad inizio Dicembre ha iniettato nel sistema l’equivalente di circa 80 miliardi di Euro contro un amplissimo ventaglio di garanzie. In controtendenza la banca centrale australiana, al terzo rialzo di un quarto di punto.

Nell’area Euro cresce il premio per il rischio richiesto per i Paesi “periferici”. L’occasione consiste nel downgrade del debito sovrano greco, da A- a BBB+, attuato prima da Fitch e poi da Standard & Poor’s verso metà Dicembre. Soffre un poco anche il debito italiano, che tuttavia conserva rating ed outlook invariati.

Rimane positivo il rendimento delle obbligazioni corporate, comunque anch’esso in termini più contenuti rispetto al periodo precedente.

Nel trimestre risultano decisamente positive le materie prime. Il petrolio chiude a quasi 80 dollari al barile. L’oro nei primi due mesi accelera la sua corsa, raggiungendo 1217 dollari l’oncia. In coincidenza con la ripresa del biglietto verde ripiega, chiudendo a 1096 dollari l’oncia.

Il Dollaro USA ha proseguito con regolarità il trend di svalutazione rispetto all’Euro fino al 3 Dicembre. Ha poi registrato una brusca e netta inversione di tendenza, chiudendo il trimestre a 1,43.

Paolo Tirabassi – Studio Tirabassiwww.studiotirabassi.it - Reggio Emilia

Grecia… opportunità o rischio default?

Durante le fasi di recessione come quella che stiamo vivendo, va da sé che per sostenere il più possibile il sistema economico i governi aumentano il loro debito pubblico, mentre il debito privato rallenta per minori capacità finanziarie delle famiglie. Ma questa crisi dell’economia, sicuramente ben lungi dall’essere terminata e soprattutto pesante dal lato dei conti, è caratterizzata da una crescita insostenibile del debito privato, in particolare del settore immobiliare e bancario, che ha costretto i governi a misura straordinarie di indebitamento fino a raggiungere livelli elevati senza precedenti. Sarà sostenibile questa situazione?  Certamente no  se considerassimo il solo tasso di crescita del debito statale dell’ultimo biennio, ma complessivamente Eurolandia a fine 2009 avrà un debito pubblico rapportato al Pil (prodotto interno lordo) pari a circa l’85 per cento.

Stando così le cose, possiamo dire che una vera crisi del debito dell’area Euro rappresenta oggi una possibilità ancora remota. Le cose stanno diversamente solo per alcuni singoli stati appartenenti all’Eurozona, da sempre i più fragili, ed in particolare per la Grecia. La decisione delle agenzie di rating di abbassare il rating ( livello di affidabilità) del debito greco da A- a BBB+ (ultimo livello per essere considerati investment grade ovvero investimento non speculativo) ha scatenato sui mercati finanziari una crisi di fiducia che potrebbe coinvolgere anche altri paesi appartenenti all’area Euro e quindi colpire quelli ritenuti meno solidi o più in stato di difficoltà economica come  il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna, il Belgio e l’Italia. Al momento stando alle indicazioni di mercato, che vedono un salita vertiginosa dei rendimenti dei titoli di stato della Grecia saliti al 5,80 per cento rispetto ai titoli decennali tedeschi che rendono il 3,38 per cento, con uno spread (differenziale) pari a 242 basis points, non sembra esserci un effetto contagio sugli altri paesi più vulnerabili, ma non è escluso che si possa verificare nel corso del nuovo anno. Sarà quindi importante che le autorità di ogni paese di Eurolandia si apprestino a concertare degli aiuti finanziari al governo greco per evitare che sui mercati si diffonda un maggior pessimismo. Tutto sommato, gli aiuti avrebbero un costo per gli altri paesi aderenti all’eurozona nettamente inferiori a quanto sostenuto per evitare il fallimento sistemico delle banche e quindi sicuramente sostenibili. L’ipotesi di un default (fallimento) della Grecia, al momento possibile ma ancora poco probabile, costituirebbe un precedente molto pericoloso, oltre a scatenare vendite diffuse sugli altri titoli di Stato. Se escludiamo questo evento, i rendimenti dei titoli greci potrebbero rappresentare un’ottima opportunità di investimento, dove il rischio verrebbe ben remunerato, ma pur sempre di tipo speculativo e da tenere costantemente monitorato. Nel frattempo la prima conseguenza immediata sui mercati si sta ripercuotendo sulla valuta europea che da inizio mese si sta indebolendo nei confronti del dollaro. Infatti dal 4 dicembre i corsi scesi da 1,51 €/$ sino all’attuale 1,44. Ovvio che per le imprese europee esportatrici questo deprezzamento dell’euro è visto molto positivamente perché i loro prodotti risultano meno costosi. Resta comunque il fatto che anche in questi casi la speculazione tenda a far da padrona. Auguro a tutti i lettori un felice anno nuovo.

Tiziano Morgillo – IFA Carpi – www.ifacarpi.it – Modena

Corso di finanza in pillole: accorgimenti da seguire per scegliere i titoli obbligazionari migliori

Prima puntata

Oggi i titoli di Stato e le obbligazioni a tasso fisso con scadenze medio lunghe (dai  5 ai 10 anni) danno rendimenti molto superiori rispetto a strumenti come BoT o Pronti Contro Termine. Al momento queste obbligazioni  rendono in media un 4% all’anno, mentre BOT e PCT rendono anche meno del 0,5% all’anno.

Per questo motivo acquistare un’obbligazione a tasso fisso  permette di bloccare un rendimento interessante per molti anni, a condizione di controllare tutti i rischi  prima di decidere.

I vantaggi e gli svantaggi

Investire in obbligazioni e titoli di stato a più lunga scadenza permette oggi di avere un rendimento reale (cioè al netto del tasso di inflazione) positivo, a differenza di strumenti monetari come i Bot e PCT.  Per quanto riguarda i rischi invece, l’investimento sia in titoli di stato che in obbligazioni e in strumenti monetari comporta diversi rischi tra cui il rischio emittente e il rischio di liquidità.

Il rischio emittente: in cosa consiste, come misurarlo e come controllarlo

Il “rischio emittente” consiste nella possibilità che l’emittente del titolo obbligazionario o del titolo di stato non possa affrontare il pagamento di una o più cedole di interessi, o che non possa rimborsare in tutto o in parte il capitale investito alla  scadenza del titolo. L’incapacità tecnica di un emittente di rispettare le clausole contrattuali previste dal regolamento del finanziamento viene definita come situazione di default. Tradizionalmente questo rischio viene misurato dal cosiddetto “rating” che è un voto espresso in lettere che misura la probabilità di insolvenza dell’emittente del titolo. Ad esempio, il voto “AAA” o “Aaa” è il migliore ed indica una bassissima probabilità di default da parte dell’emittente. Un voto “B” esprime un emittente ad alto rischio, cioè con bassa probabilità di ripagare il debito. C  o D indica un’emittente praticamente insolvente.

Il rating per essere fondato deve essere un opinione fornita da una società specializzata e soprattutto in grado di formulare un giudizio indipendente. Qualche volta la società che fornisce il rating è pagata dall’emittente stesso, e dunque può sorgere un conflitto di interessi. Ci anche sono uffici studi e centri di ricerca indipendenti che forniscono rating, i quali sono pagati dall’utente del rating, non dall’emittente del titolo, eliminando dubbi su possibili conflitti di interesse.

Oltre al rating, per capire in tempo reale se il rischio dell’emittente sta aumentando, possiamo usare i prezzi di mercati dei cosiddetti “CDS” o Credit Default Swap. I CDS sono contratti derivati che molti investitori istituzionali acquistano per proteggersi dal rischio di default di un certo emittente di obbligazioni o titoli di stato. E’ in pratica il premio assicurativo che gli investitori istituzionali sono disposti a pagare alla controparte del contratto (che è di solito un gruppo bancario) per assicurarsi dal rischio di insolvenza dell’emittente le cui obbligazioni hanno acquistato  I prezzi che vediamo dei CDS sono dunque i prezzi che un investitore è disposto a pagare per assicurarsi. Pertanto più sale il rischio di un certo emittente, più alto diventa il costo per assicurarsi.

Fine prima puntata

Ida Pagnottella – CFI Advisors –  www.cfiadvisors.it - Pescara

L’importanza di fornire una formazione finanziaria al cliente

Nella mia attività di consulenza indipendente fee-only, ho scoperto negli anni che uno dei servizi di più alto valore aggiunto ed apprezzati dai clienti è la formazione finanziaria fornita ad ognuno di essi.

È vero che i miei clienti hanno capito la differenza tra la consulenza e la vendita, capiscono bene il valore della consulenza. Però molti fanno fatica a capire il senso della pianificazione, a definire il loro orizzonte temporale e propensione al rischio, hanno scarsa conoscenza dei prodotti finanziari e fanno fatica a capire perché alcuni strumenti vengono da me definiti rischiosi quando a loro non sembra così (pensiamo al prodotti strutturati ad esempio).

Pertanto è successo negli anni che gli incontri personali con i clienti non sono stati organizzati soltanto per vedere i risultati o per fornire consigli già pronti. Invece ho finito per dedicare molto tempo alla formazione dei miei clienti. Solo per fare alcuni esempi, ho insegnato loro  come usare strumenti di copertura sul rischio di cambio (utile per investimenti in azioni quotati in valuta estera, ad esempio). Ho insegnato loro come valutare lo spread denaro lettera quando comprano obbligazioni e azioni in banca, in modo da poter valutare da soli se e quando inserire limiti di prezzo nelle compravendite. Ho insegnato loro cosa sono i CDS, come operare sui mercati azionari americani…

Oltre a questa formazione “personalizzata” per i singoli clienti, ho iniziato ad inviare commento brevissimo sui mercati ogni settimana a tutti i clienti dove spiego come funzionano alcuni strumenti che penso di consigliare nel prossimo futuro. Questo permette al cliente di capire e “assorbire” lentamente le notizie e le novità, in modo che ottimi strumenti finanziari a lui sconosciuti fino a quel momento possano essere capiti, valutati, e diventare adeguati a lui.

Si potrebbe pensare che più i clienti  diventano preparati, più diventano autonomi, e più si rischia di perdere il cliente che non ha più bisogno della consulenza. Invece la mia esperienza ha dimostrato esattamente il contrario. Più i clienti sono preparati e autonomi, più diventano fidelizzati. Credo che sia proprio la maggior consapevolezza che spinge ad apprezzare di più il valore della nostra consulenza. Inoltre, ho riscontrato che più sono preparati i clienti, più sono sereni e tendono a non modificare rapidamente la loro propensione al rischio in funzione dall’andamento dei mercati. Questo permette al cliente alla fine di condividere davvero le soluzioni proposte dal consulente, e in media permette al cliente di ottenere rendimenti più elevati proprio perché non è più l’emotività a dettare le scelte ma la consapevolezza.

Ida Pagnottella – CFI Advisors – www.cfiadvisors.it – Pescara

Parlando di derivati, semplicità…. e protezione.

Fonte: unicef.org

Personalmente ho trovato molto interessanti gli interventi divulgativi di altri autori in merito al funzionamento dei derivati e alla semplicità come chiave per investire nel modo corretto… sicuramente non mancheranno ulteriori spunti di interesse nei loro successivi articoli.

Leggendo quei post ho avuto peraltro modo di riflettere su un alcuni aspetti generalmente travisati, non solo dal risparmiatore comune ma anche da parte di chi legifera a livello europeo in materia di risparmio. Già! Se è corretto affermare che i derivati nascono come strumenti in verità piuttosto semplici (per assicurarsi),  è pur vero che la normativa europea li considera di fatto tra gli strumenti “complessi”, che conseguentemente un consulente finanziario non può facilmente consigliare a un cliente che non sia un soggetto professionale (esperto in materia).

Senza dubbio le esperienze fatte negli ultimi anni giustificano la tanta prudenza su questo tema come dimostrato dal fenomeno delle obbligazioni strutturate, che nei più svariati modi hanno preso maliziosamente piede all’interno dei portafogli di molti risparmiatori comuni, forse non sufficientemente edotti sulla natura di certi strumenti, che contengono infatti strutture basate sull’utilizzo di derivati.

Sembra tuttavia che il legislatore europeo abbia voluto però buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, non curandosi molto dell’origine assicurativa di questi strumenti, peraltro ben spiegata da Marco Degiorgis in uno dei suoi interventi. Non solo! Se ci guardiamo in giro vedremo forse ancora qualche offerta di prodotti strutturati da parte di banche e affini, con relativa “scommessa finanziaria” all’interno, ma probabilmente si può fare molta fatica a trovare l’opportunità di acquistare una put su un indice azionario per assicurare il nostro portafoglio contro il verificarsi di un ribasso azionario in un certo periodo di tempo.

E’ mia opinione che questa situazione possa rivelarsi addirittura pericolosa per la difesa del risparmio, dato che crea di fatto una disparità tra investitori professionali e risparmiatori comuni: i primi possono assicurarsi, mentre i secondi no! Certamente il risparmiatore comune può scegliere di vendere le sue azioni se intravede uno scenario ribassista ma di fatto l’impossibilità di pagare un premio assicurativo per difendere il valore del suo portafoglio senza liquidarlo costituisce una grave mancanza: per esempio, può portare il risparmiatore a un’operatività più frequente e magari dissennata per cercare di entrare e uscire dal mercato nel momento migliore (cosa che come sappiamo difficilmente gli riesce).

Non credo che generalmente una tale realtà sarebbe accettata in altri contesti, ma si sa che in finanza le cose sembrano girare in modo molto diverso.

Cesare Nistri – Studio Politi Nistri – www.politinistri.it – Milano

c.nistri@politinistri.it

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