Prudenza e rischio/rendimento

Tempi duri per gli investitori. Il mercato monetario è avaro di rendimenti, i titoli di stato richiedono una durata significativa per dare qualche soddisfazione (il BTP in scadenza il 1 Settembre 2019 rende il 4% lordo) e le obbligazioni industriali e bancarie non offrono molto di più. I mercati azionari, dopo una storica risalita che dura da quasi otto mesi, sembrano preda di varie perplessità sul proseguimento della tendenza al rialzo. Si profila, è vero, un disallineamento delle economie cosiddette “emergenti” dai primi della classe (USA, Europa e Giappone) ma un test probante della loro marcata autonomia ancora non c’è stato.

Una linea di maggior affidabilità, alla luce delle ancora incerte tendenze economiche globali odierne, è legata ai consumi di materie prime. L’opinione che l’economia globale crescerà nei prossimi due anni intorno al +4/5% all’anno è largamente condivisa, salvi gli avvertimenti sui pericoli di deflazione (o di inflazione, a seconda dei commentatori) e di nuove catastrofiche bolle.
I profeti di prossime sventure, tuttavia, sono via via più cauti e isolati, nè ci sembra che le loro analisi siano fondate su argomenti particolarmente convincenti. Segnaliamo una “conversione” eccellente dalle fila degli “orsi” a quelle dei “tori”: Richard Bernstein, ex capo degli investimenti di Merrill Lynch, in linea con alcuni ottimi analisti italiani (Alessandro Fugnoli tra questi) consiglia di prendere rischi sulle borse, in particolare su quelle dei paesi emergenti.

La tendenza che vuole caratterizzare questo articolo è quella di individuare di settimana in settimana le opportunità di investimento più solide, quelle dove la direzione dei mercati è più chiara e destinata a durare. Ad oggi, non vediamo settore più interessante di quello delle materie prime: si dice che questo sarà il secolo della Cina, e con lei del continente asiatico.
Una caratteristica di quelle zone geografiche è di essere intensamente popolate, di avere un grande desiderio di emulare lo stile di vita occidentale e di essere in veloce movimento verso tale scopo.
Non occorre molta fantasia per tirare la conclusione che la domanda di energia e metalli subirà un brusco innalzamento nel prossimi anni e lustri. Petrolio, rame, zinco e alluminio saranno i primi beneficiari (e già lo sono stati) di questa tendenza.

I mezzi per cavalcare in anticipo il bull market delle materie prime possono essere vari: dal seguire repliche degli indici dei prodotti a investimenti nelle aziende della produzione, trasporto e distribuzione degli stessi.

Prudenza vuole che si maneggi con cura il comparto delle obbligazioni a lungo termine, che hanno dato nei mesi scorsi buone soddisfazioni. Occorre molta attenzione al timing dei tassi di interesse, che fra qualche mese potrebbe muoversi dall’attuale posizione di stabilità sui minimi storici raggiunti.

CONCLUSIONI

Aumentare la percentuale di portafoglio dedicata alle materie prime; mantenere posizioni azionarie, specie su paesi emergenti e su valute in trend di apprezzamento (dollaro australiano, renminbi, real brasiliano).
Sempre interessanti gli hedge funds, che stanno avendo un anno eccezionalmente buono, mentre è d’obbligo la cautela sugli obbligazionari oltre i tre anni, sia titoli di stato sia corporate.
Terremmo la liquidità su bassi livelli.

Stelvio Bo – Bonoplus – www.bonoplus.it - Milano

Tremonti bond? Ci sono già i risparmiatori!

E’ di queste settimane la polemica tra il Ministro dell’Economia Tremonti e le banche. E’ stato il primo ad accusare in primis il sistema finanziario di non voler sostenere l’economia reale, il mondo delle imprese, delle partite Iva  e delle famiglie. In effetti, il credito non abbonda particolarmente in questo periodo e molte aziende si ritrovano dopo l’estate con l’eterna lotta per il rinnovo dei fidi e la richiesta di nuovi finanziamenti per sostenere il proprio business (quasi un lusso?!?!). Le accuse di Tremonti non sembrano quindi casuali, soprattutto perchè riferite al contemporaneo atteggiamento di molte banche nei confronti dei Tremonti Bond: queste obbligazioni, destinate al Tesoro, sarebbero servite alle banche per migliorare la propria solidità di bilancio, così da scongiurare ogni rischio di fallimento a seguito della crisi finanziaria. Come già sappiamo non si tratta tuttavia di normali obbligazioni; innanzitutto in virtù degli elevati interessi richiesti alle banche dal Tesoro e in seconda battuta per la presenza di alcuni vincoli extra. Indovinate un pò quali? Avete capito bene… i Tremonti Bond prevedono infatti il mantenimento di un adeguato livello di finanziamento dell’economia reale da parte delle banche e di certo non permetterebbero di chiudere i rubinetti a imprese, famiglie, ecc. .

Ma quindi…  come avranno fatto le banche a trovare altri finanziamenti e a risollevare le sorti un pò critiche dei loro bilanci?! Caro Pantalone, la risposta la sai già…

Basta vedere cosa ti offrono le banche in questo periodo… con tassi così bassi e  grazie alla benevolenza infinita dei risparmiatori, ecco spuntare alcuni prodotti “proprio interessanti”: obbligazioni bancarie a due anni, con cedola annua lorda all’1,80% e commissioni in fase di sottoscrizione di oltre l’1%… insomma (a prescindere dai bassi tassi di mercato) un affarone (ma per chi?!?!?)… di certo per chi preferisce rimanere fuori dalla crisi dell’economia reale dopo aver contribuito a determinare quella finanziaria…e i Tremonti Bond possono rimanere dove sono!

Cesare Nistri – Studio Politi Nistri – www.politinistri.it – Milano

c.nistri@politinistri.it

Coloro che chiudono la stalla quando i buoi sono già scappati.

MuccaLeggendo le statistiche della raccolta dei fondi ad agosto dal “Sole24Ore” di sabato 5 settembre, mi viene ancora una volta da sorridere.

Dopo quasi 15 anni di lavoro nell’ambito della Finanza, vedo ripetersi ancora una volta il solito copione già visto in passato. I tassi scendono, i prezzi delle obbligazioni salgono, i fondi obbligazionari tutti (dai liquidità, ai monetari, agli obbligazionari di medio e lungo termine) ne giovano, mostrando performance da mercato azionario: dal + 4,64% nell’ultimo anno della media dei fondi Obbligazionari Euro Governativi a Breve Termine al + 8,30% nell’ultimo anno della media dei fondi Obbligazionari Euro Governativi a Medio e Lungo Termine, (fonte Plus 19 settembre).

Come già successo diverse volte in situazioni analoghe, cosa succede? I  fondi obbligazionari nelle loro varie declinazioni, fanno incetta di raccolta: nel solo mese di agosto +1,6 miliardi per i monetari e + 901 miliardi per gli obbligazionari, su un totale entrato nel sistema fondi di 2,8 miliardi.

Come dice l’articolo di cui sopra, “in parte il risultato è dovuto all’andamento positivo dei mercati nell’ultimo periodo; poi, è indubbio che le condizioni di liquidità  abbiano permesso alle banche di non spingere sulla raccolta diretta. Insomma, non è più così necessario assicurarsi denaro fresco con il collocamento di obbligazioni e certificati”.

Come dire, sul finire del 2008 e per tutto il primo semestre 2009, quando sia i prezzi delle obbligazioni che quello delle azioni erano estremamente favorevoli,  rappresentando ancora una buona, se non ottima, occasione d’acquisto, le banche, avendo bisogno di liquidità, hanno venduto ai risparmiatori italiani ciò  che faceva loro comodo (bond bancari di varia natura).

Adesso che hanno le casse piene di liquidità, mostrandone il rendimento passato, vendono fondi obbligazionari che, riprendendo sempre l’articolo, “presentano il problema di commissioni onerose, in alcuni casi anche superiori ai rendimenti attesi”.

Poichè  il rendimento nullo o negativo dei fondi obbligazionari è un film già visto, negli anni che hanno registrato una crescita dei tassi in Italia/Europa (1994, 1999 e 2006), chissà in quanti avranno un risveglio amaro, fra un po’ di tempo, constatando un rendimento  deludente del  fondo, che magari gli era stato venduto con la promessa di lauti guadagni e zero rischi.

Buone riflessioni a tutti i risparmiatori.

Cristian Camurri  – Modena

c.camurri@alice.it

Attenzione alle false ripartenze…

Fino a circa sei mesi fa l’economia mondiale ha rischiato, forse per la prima volta, di cadere nella peggiore depressione economica, trascinata dai fallimenti bancari dei grandi istituti. Poi, gli ingenti interventi dei governi, con massicce immissioni e stampa di moneta, hanno evitato il peggio. Ed ora, all’apparire dei primi segnali positivi, si parla già di ripresa. Eppure ben poco è cambiato per la realtà di molte imprese rispetto a marzo scorso e la crisi che stiamo vivendo con buona probabilità è ben più grave di come la si dipinge. Se è vero che il motore della ripresa restano principalmente gli Stati Uniti, allora possiamo stare sicuri che la vera ripresa impiegherà forse 2 o 3 anni ad arrivare. Dico questo semplicemente perché il settore bancario americano è tutt’altro che sistemato. Il comparto, infatti, nel secondo trimestre di quest’anno ha subito altri rilevanti perdite e i fallimenti bancari, quelli delle banche medio-piccole, non sono cosa che appartengono al passato. Ben oltre 100 istituti di credito sono a rischio crack stando all’ultimo rapporto del Fidc, organo federale che assicura i depositi bancari, ma l’aspetto più inquietante sta nel fatto che i fallimenti bancari continueranno il prossimo anno sotto il peso dei crediti in sofferenza nel settore immobiliare commerciale. Il numero di banche a rischio è talmente alto che potrebbe addirittura mettere in ginocchio la stessa Fidc, le cui riserve sono scese del quaranta per cento, il livello più basso dal collasso delle casse di risparmio del lontano 1993. E come se non bastasse, si aggiungono le preoccupazioni sul come reagiranno i mercati quando termineranno gli aiuti statali. Nel 1929, periodo della più grave recessione mondiale, si registrano ben sei false ripartente prima di rivedere concretamente la nuova crescita. Quindi, anche questa volta, così come ci insegna la storia, la prudenza è d’obbligo e soprattutto niente false illusioni, ma solo tanta voglia di fare, nella speranza di non ricadere in una seconda recessione. Sui mercati finanziari, nel frattempo, lo spauracchio generale fa ancora da padrone, con i rendimenti dei titoli di stato a breve termine scesi quasi praticamente allo zero per cento e il prezzo dell’oro vicino al record dei mille dollari. Così analizzando dal punto di vista tecnico l’andamento del metallo giallo notiamo come il suo prezzo a partire dall’ottobre dello scorso anno, in concomitanza con l’acuirsi della crisi, ha avuto un ulteriore strappo rialzista che dai 700 dollari ha portato le quotazioni agli attuali 990 circa. Pur dovendo comunque tener conto del rischio cambio, per la sua valorizzazione in dollari, pare tuttavia presentarsi la premessa per un altro rialzo fino  1.100 – 1.140 dollari circa, per la formazione di un triangolo rialzista, come indicato in figura. Solo una discesa dei prezzi al di sotto dei 870-900 dollari annullerebbe questa possibilità.

ImmMorg

Tiziano Morgillo – IFA Carpi – www.ifacarpi.it – Modena

Bot sotto zero

“Ormai non danno più niente” mi diceva qualche giorno fa un risparmiatore, riferendosi ai Bot. E’ una considerazione che da qualche tempo mi sento fare da molti. E nel tono di voce di alcuni appare un certo risentimento.

Sicchè la “notizia della settimana”, uscita sulla stampa venerdì scorso, non fa che aggiungere sale sulla ferita: il rendimento dei Bot trimestrali, al netto della ritenuta fiscale e delle commissioni, risulta per il risparmiatore privato addirittura negativo.

E’ assai noto che molti risparmiatori hanno da tempo affidato ai titoli dello Stato Italiano a breve termine la funzione di proteggere ed incrementare, se possibile, i propri risparmi. Analizzando i rendimenti passati di molti portafogli, devo dire che chi ha fatto questa scelta, senza cedere alle sirene di prodotti finanziari “miracolosi” o alla rincorsa entusiastica – ma disinformata – dei trend azionari, se non altro ha conservato i propri soldi. Si tratta, insomma, di risparmiatori più avveduti della media ed è comprensibile che oggi provino un senso di frustrazione.

Occorre però dare un contesto corretto a questa situazione. I tassi ufficiali di sconto, per usare un’espressione comune, sono assai bassi in quasi tutto il mondo: negli USA, tutto sommato ancora leader, sono tra lo 0,00 e lo 0,25 per cento; nell’Eurozona sono allo 1,00% ; in Gran Bretagna allo 0,50%; in Giappone sono da molti anni poco sopra lo zero; in Canada allo 0,25%. Tra i Paesi avanzati la politica più restrittiva la fa la Banca centrale dell’Australia, con il 3,00%, ed è un caso raro.

A questo si aggiunge la massiccia creazione di liquidità da parte delle banche centrali, al fine di ridurre l’impatto della crisi. Per dirlo in parole povere, il denaro lo fanno pagare poco e ne offrono tanto.

I tassi interbancari, dopo i records di qualche tempo fa, si sono adeguati: il nostro Euribor, a tre mesi, è sotto lo 0,80% e negli altri Paesi la tendenza è la stessa.

Anche i 3 month T-Bills, che potremmo definire i bot statunitensi, rendono al lordo lo 0,13%.

Al di fuori del brevissimo termine, per esempio sui titoli di stato a due anni, i rendimenti restano bassi: in termini lordi, i biennali di area Euro rendono mediamente lo 1,08%, quelli USA lo 0,94% e via dicendo. Per vedere numeri che “pagano l’occhio” occorre spingersi su titoli a lungo termine, che scenderebbero molto di prezzo in caso di rialzo dei tassi ufficiali.

Se questo panorama pare scoraggiante, occorre però considerare i dati sull’inflazione. Il rendimento che conta, non dimentichiamolo mai, è quello reale, che si definisce come differenza tra il rendimento nominale ottenuto (quello che ci dicono i meri numeri) e l’aumento dei prezzi avvenuto nello stesso periodo. Sicchè vedere scritto più due, più tre o più quatto per cento non significa necessariamente avere guadagnato.

Ora, i dati sull’inflazione sono molto bassi e lo sono da qualche mese: negli USA, anno su anno, sono oggi a –2,10% ma sono negativi ormai da Marzo. Nell’Eurozona sono negativi da Aprile e toccano oggi il –0,70%. Parliamo di inflazione al consumo, aggiungendo che quella alla produzione è ancora, e drammaticamente, più negativa.

Il contesto potrebbe restare questo ancora per qualche tempo, rendendo tutto sommato non disprezzabile lo zero dei Bot. Sono stati soprattutto gli investitori istituzionali a sostenere la notevole domanda che ha spinto al ribasso i rendimenti dell’ultima asta. Questo mostra che le critiche alla misurazione dell’inflazione, che ogni tanto riappaiono, non preoccupano più di tanto i grandi player dei mercati finanziari. Mostra anche che la fiducia in una vicinissima ripresa non è forse così largamente condivisa.

Per avere rendimenti più alti occorre allungare la durata finanziaria dei titoli o spingersi sul terreno delle emissioni a standing di affidabilità meno elevato. Sono due direzioni di marcia per intraprendere le quali occorre sapere bene che cosa si fa.

Paolo Tirabassi – Studio Tirabassi – www.studiotirabassi.it – Reggio Emilia

Con lo Spac/Pac il “guru” non serve.

Fonte: gallery.panorama.it

Fonte: gallery.panorama.it

Quando abbiamo appena comprato una nuova auto andiamo a cercare sulla stampa specializzata o sul web tutto quello che conferma la bontà del nostro acquisto sottovalutando  tutto ciò che di negativo fosse  evidenziato,  attuando così una vera e propria rimozione.

Anche  per i nostri investimenti  operiamo in un raggio d’azione limitato e spesso per eccessiva sicurezza sopravvalutiamo la precisione delle nostre scelte, ricercando conferme  solo in  articoli finanziari che le convalidano.

Altre volte ci facciamo incantare dai guru “dalla bocca larga” , dalla cabala dei mercati,  dalle mode e qui purtroppo i danni si moltiplicano a dismisura.

Per ridurre l’impatto degli atteggiamenti più dannosi per la  salute del nostro risparmio (mancata diversificazione – errato market timing – scelte di  investimenti basandosi su risultati passati, investimenti di moda), per non rimanere vittima  delle  nostre e altrui  “certezze”,  suggerisco un metodo semplice, umile, spesso gratuito, per costruire a piccoli passi l’investimento azionario.

E’ necessario conoscere l’analisi tecnica? No! Anzi, va assolutamente ignorata ogni sollecitazione emozionale che derivi dai media e dal web.

Si tratta dello Spac /Pac (spostamento programmato) è consiste nell’ uscire  dal “pacco obbligazionario” (lo  Spac) per entrare mensilmente   sull’azionario diversificato con piccoli importi mensili.

Ricercherei per lo scopo   un  “buon” comparto obbligazionario   medio lungo termine area euro  di un fondo multi comparto lussemburghese (umbrella fund)  con reinvestimento cedolare,  per costituire un  piccolo serbatoio da cui procedere a switch mensili programmati (gli etf non ci danno ancora questa opportunità) indirizzandoli verso tre comparti azionari facenti parte dello stesso fondo.

Utilizzerei come azionari d’approdo per gli switch mensili, a solo titolo di esempio, i comparti America (cambio coperto), Euro e Far East.

In questo caso gli spostamenti avverranno all’interno dello stesso fondo non generando fiscalità. Non è cosa da poco.  Programmerei gli switch per piccoli importi mensili e per un periodo che va dai 3 ai 6 anni.  Ad esempio, potremmo avere uno spostamento mensile  in uscita di 500  € dal comparto obbligazionario che potrebbe essere suddiviso per  250 € nel comparto azionario America , 150 € in azionario euro e 100 € su azionario Far East.

Quando iniziare?  In qualsiasi momento va bene, con una raccomandazione importante: pur trattandosi di un servizio automatico saranno necessari nel durante alcuni interventi  di semplice  manutenzione, per esempio se ci troviamo in una fase come l’attuale l’importo dello switch sarà più consistente  e man mano che lo spostamento programmato andrà avanti e i mercati tendessero a risalire dovremo avere la forza di ridurre l’importo dello switch fino a dimezzarlo.

E’ sempre successo che dopo un periodo anche lungo di recessione avvenga una fase di espansione. In questo caso quanto è ancora rimasto nel comparto  obbligazionario subirà un calo della sua quotazione a causa dell’innalzamento dei rendimenti. Anche se la cosa è poco leggibile dai non addetti ai lavori, il comparto obbligazionario in questione diventa molto appetibile perché aumenta il suo rendimento interno a scadenza (Ytm: yield  to maturity), le cedole non distribuite prodotte dai titoli  favoriscono più rapidamente il recupero della quotazione  ed è proprio  durante questa fase che diventerà  utile procedere a spostare, riducendo la componente azionaria  accumulata e rivalutata riportandola nel serbatoio obbligazionario. L’attività di consolidamento e di eventuale riduzione dei comparti azionari nella fase espansiva va a ricreare nel comparto obbligazionario la riserva idonea a continuare l’attività di spac/pac fino a quando decideremo opportuno continuare.

Quando veniamo tassati? Trattandosi di un fondo lussemburghese la tassazione verrà applicata esclusivamente all’atto del rimborso delle quote del fondo e solo sulla parte degli utili maturati.

Lo SPAC PAC  lo consiglio solo su una parte limitata del patrimonio, per  creare una componente azionaria  globale diversificata,  per sfruttare il favorevole regime fiscale dei fondi estero vestiti e per vivere l’investimento azionario con un atteggiamento meno spregiudicato, saggio e pragmatico.

Attenzione, per non inficiare il risultato finale è fondamentale che le commissioni d’ingresso siano azzerate, che le commissioni di gestione siano contenute e  attentamente valutate ed in particolare non aspettiamoci una performance immediata.

Dotiamoci di santa pazienza, disciplina  e imponiamoci  nella sperimentazione, che può essere messa in atto anche con  solo 3000 €, di non farci condizionare da tutto ciò che appare sui media ed in particolare dalle nostre “eccessive certezze”.

Graziano Cini – Studio GC – www.grazianocini.com – Pesaro Urbino

150.000.000 e ora che ne faccio?

paperon-dei-paperoniPoiché diverse persone baciate in passato dalla Dea bendata hanno finito per essere travolte dalla fortuna, a causa dell’incapacità di saperla gestire, sarebbe quanto mai opportuno imparare dagli errori altrui per evitare di ripeterli.
Tassativo ed ineludibile quanto segue:
— Rivolgersi ad un professionista (una volta era il notaio o l’avvocato) per la riscossione,  per aver garantita la privacy;
— Rivolgersi ad un professionista per la costituzione di un trust in modo tale da blindare il patrimonio (finanziario, immobiliare) e renderlo inattaccabile da chicchessia.
Queste due figure, oggi, possono essere ricoperte entrambe dal consulente finanziario indipendente che, da quel momento in poi, diventerà l’unico riferimento, sollevando il fortunato vincitore da qualsiasi incombenza di carattere finanziario e non, permettendogli di godersi la sua fortuna.
Una vincita del genere rende superflua o addirittura inopportuna qualsiasi pianificazione (viceversa consigliatissima a tutti gli altri meno fortunati), dal momento che per sperperare tale somma non basterebbero tre generazioni.
Una volta risolti i problemi di cui sopra, consigliamo di privilegiare altri aspetti della vita molto più ameni …., ma non spetta certo a noi indicare quante auto fuoriserie mettere in garage, quante case di villeggiatura inserire nella società immobiliare, di quante “escort” (o gigolò se la fortunata è una lei) circondarsi……….
Per quanto concerna la suddivisione della vincita, mai come in un caso come questo, vengono destituite di fondamento le canoniche percentuali di suddivisione degli asset. Se ad esempio in situazioni normali è ragionevole ritenere che gli immobili abbiano un peso intorno al 50% rispetto alla ricchezza complessiva, nella fattispecie risulta evidente che 75 mln di euro investiti in immobili complicherebbero terribilmente la vita, anziché semplificarla.
Molto meglio allocare gran parte della somma in obbligazioni governative e sovranazionali, a massima sicurezza, con lo schema classico di diversificazione (fisso, variabile, indicizzato) e su scadenze varie da tre mesi a 30 anni. Forse risulterebbe addirittura superfluo prendere in considerazione la parte azionaria.
Va anche detto che in tempi bui come questi, in cui non mancano le Cassandre che prevedono scenari apocalittici, potrebbe essere saggio detenere in qualche cassetta di sicurezza almeno un 5% in lingotti d’oro e altrettanto in banconote delle principali divise……. non si sa mai…
Dal momento che la ricchezza può fare molto, ma non può certo ambire a dischiudere il senso della vita (ovviamente dipende dalla sensibilità individuale, oltre che dalle proprie convinzioni etiche e morali), perché non costituire una fondazione che si occupi di filantropia…….
Visto che è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco vada in paradiso, in questo modo, per chi ci crede, si potrebbe tentare di infrangere la regola……….

Giuseppe Andreoli – Studio Andreoli & Taccuso  - mercatoliberomantova.blogspot.com -Mantova

gandreoli.ifa@gmail.com

Fondi contro Bot: confronti non corretti

Penna diagrammaRecentemente in un articolo pubblicato su il Sole 24 ore Nicola Trivella di Sella Gestioni, commentando l’incremento ed il ritorno in territorio positivo della raccolta dei fondi obbligazionari, afferma: “Gli investitori sono alla ricerca di alternative. I rendimenti dei Bot, dei Btp e dei Cct sono vicini allo zero, ma anche i conti correnti non si discostano di molto”; continua: “lo scenario non è dei migliori ed in effetti gli obbligazionari viaggiano con una performance su base annua del 5,4% molto meglio rispetto al risicato 0,4% netto offerto dai Bot. Di fronte a questo mezzo punto percentuale scarso, anche la performance dei fondi di liquidità del 2,4% sembra una cifra astronomica”.

Queste asserzioni indurrebbero il lettore-investitore a concludere sulla netta superiorità dell’investimento in Fondi obbligazionari/Fondi liquidità rispetto all’acquisto diretto di Bot (dalla lettura si è indotti a pensare che a fronte di un rendimento certo dei Bot pari allo 0,4% i Fondi obbligazionari renderanno il 5,4% ed i Fondi liquidità il 2,4%).

A parte una premessa sul fatto che i rendimenti di Cct e Btp non sono assolutamente vicini allo zero (i Cct su scadenze di medio periodo rendono ampiamente, alla data del 7 agosto 2009, oltre l’1% mentre il Btp decennale oltre il 3,5% netto), confrontare il rendimento dei Bot da qui in avanti (lo 0,4%) con i rendimenti dei Fondi obbligazionari e Fondi liquidità da un anno fa ad oggi (rispettivamente il 5,4% ed il 2,4%) non è corretto ed è fuorviante.

Un confronto corretto è il seguente:

Rendimento dei Bot dal 6/08/2008 fino al 6/08/2009                                        3,4%

(Fonte: Il sole 24 ore, inserto Plus 8 agosto 2009 elaboraz. Ufficio Studi del sole 24 ore dati Mts Spa/Analysis Spa)

Rendimento medio dei Fondi liquidità dal 6/08/2008 fino al 6/08/2009                    2,4%

(Fonte: Il sole 24 ore, inserto Plus 8 agosto 2009 Ufficio studi su indici Fideuram)

I Fondi obbligazionari dal 6/08/2008 fino al 6/08/2009 hanno invece reso effettivamente circa il 5,3% (Fonte il sole 24 ore, inserto Plus 8 agosto 2009 Ufficio studi su indici Fideuram); gli ultimi 12 mesi sono stati caratterizzati da una forte discesa dei tassi di interesse, i Fondi, che investono prevalentemente in strumenti obbligazionari a medio-lungo termine a tasso fisso, sono stati fortemente avvantaggiati. Il rendimento di un Fondo obbligazionario andrebbe però, correttamente, confrontato con il rendimento di un investimento equivalente ossia il Btp e non con il Bot.

Rendimento dei Btp dal 6/08/2008 fino al 6/08/2009                                        10,06%

(Fonte: Il sole 24 ore, inserto Plus 8 agosto 2009 elaboraz. Ufficio Studi del sole 24 ore dati Mts Spa/Analysis Spa)

In conclusione risulta evidente che ad un anno il rendimento di un Bot ha battuto la media dei rendimenti dei fondi liquidità, mentre, sempre ad un anno, anche il Btp ha ampiamente battuto  la media dei rendimenti dei Fondi obbligazionari.

Effettuare confronti su periodi temporali non omogenei (da oggi in avanti per i Bot, da 1 anno fa ad oggi per i Fondi) può creare nell’investitore aspettative completamente sbagliate ed indurlo ad effettuare scelte di investimento non pienamente efficienti.

Gianfelice D’Alonzo – Milano

IL LUPO PERDE IL PELO… MA NON IL VIZIO……

cappuccettorosso

Con il recupero dei mercati finanziari si tornano a leggere sui giornali le lamentele dei bancari, vessati dai budget imposti loro dalle Direzioni Centrali. E’ proprio vero….. il lupo perde il pelo ma non il vizio….. Deve essere davvero triste proporre ad ignari risparmiatori prodotti che si sa già in partenza si riveleranno delle fregature…..

Da un punto di vista dell’immagine le Banche hanno cercato di fare molto,  prima Patti Chiari dopo i crack Cirio, Parmalat ed Argentina;  poi si pensava che il recepimento della Direttiva Mifid portasse ad un radicale cambiamento nel rapporto con i risparmiatori…

Ovviamente ai buoni propositi, di facciata, non sono seguiti i fatti, perchè non è cambiato proprio nulla; la montagna di carta fatta firmare ai clienti durante la loro profilatura è stata solo un’incombenza da espletare, un proforma, piuttosto che un’occasione per cercare di fare veramente consulenza.

Ma è sin troppo evidente che gli obiettivi di medio e lungo termine dei clienti sono in palese contrasto con gli obiettivi di breve termine delle banche……

Cosi’ appena  è passato il picco della crisi  si è tornato a fare ciò che si faceva prima, cioè “piazzare” prodotti per soddisfare l’avidità di manager che pressano costantemente,  per raggiungere obiettivi definiti da loro stessi sfidanti!

Nei giorni  scorsi mi è capitato di accompagnare in banca clienti da me seguiti e di verificare ancora una volta che la qualità del servizio erogato è sempre più scadente.  Al cliente non viene chiesto nulla sulle sue esigenze finanziarie, la frase di rito di solito è   “abbiamo in collocamento delle nostre obbligazioni “….. Non importa proprio che rispondano agli obiettivi del risparmiatore, è del tutto irrilevante per loro.  E praticamente sempre si rivelano per i clienti  meno convenienti di un banalissimo titolo di stato.

A tutti, indistintamente,  vengono proposte le stesse cose,  addirittura ad un’anziana signora di  84 anni una giovane impiegata del primo gruppo italiano ha avuto il “coraggio” di proporre una index linked a sei anni, con la motivazione “signora stia tranquilla il capitale è garantito….”

Non credo ci sia da sorprendersi più di tanto,  finchè  gli unici corsi di formazione agli sportellisti sono basati sulle tecniche di relazione e le tecniche di marketing non ci saranno delle grandi aspettative di miglioramento della qualità del servizio erogato dalle banche.

Ma  i risparmiatori più avveduti e consapevoli oggi hanno una possibilità di scelta in più………..

Fabrizio Taccuso – Studio Andreoli & Taccuso – Mantova

fabrizio.taccuso@alice.it

I conflitti d’interesse di banche e assicurazioni e l’asimmetria informativa

Da alcuni anni a questa parte, soprattutto dopo i casi di default  Argentina/Parmalat/Cirio, capita spesso di sentir parlare di conflitti d’interesse delle banche che si configurerebbero allorquando le stesse, si apprestano a consigliare ai loro clienti, tutta una serie di prodotti finanziari o di bancassicurazione.

La maggior parte dei risparmiatori (ma anche degli addetti al settore) ritiene che ciò consista  tuttalpiù nel proporre in modo sistematico prodotti di casa propria o del gruppo, o, in alternativa prodotti a più alto valore aggiunto (= più costosi e meno efficienti per chi li compra) a causa del fatto che esistono forti pressioni al fine del raggiungimento dei budget di vendita assegnati.

Potrebbe risultare inoltre abbastanza evidente la forzatura in caso di collocamento di obbligazioni o polizze Index Linked, specialmente di tipo strutturato, non necessariamente di casa propria, emesse a 100 per poi ritrovarle quotate a 94, perché in realtà quello è il loro prezzo, al netto dei vari costi (basterebbe acquistarle sul mercato e non in sottoscrizione).

Oppure, nella peggiore delle ipotesi, balza alla mente il conflitto nel consigliare, come nei casi pratici sopra esposti,  strumenti finanziari come le obbligazioni, in diretta contropartita con il cliente, al fine di “piazzare” titoli illiquidi o a rischio tossicità. Va detto che ciò accadeva specialmente in passato, poi Bankitalia ha impresso qualche giro di vite.

In realtà, a ben guardare, esistono molti altri momenti di conflitti d’interesse che si possono innescare nel rapporto banca-cliente. In questo articolo vorrei  ricordarne solo un altro, riconducibile ancora una volta alla gestione dei risparmi, che tocca un tema infinitamente più rilevante in termini di danno arrecato ai risparmiatori, rispetto a quelli già citati, che tutto sommato risultano più banali (ma anche più ovvi, considerato che non si tratta affatto di una specificità del mondo della finanza):

L’OFFERTA PRO-CICLICA

Questa annosa e scottante questione, che è stata già tirata in ballo più volte anche da Marco Liera sull’inserto Plus del Sole 24 Ore, si riferisce al fatto che l’offerta di prodotti rischiosi, cioè legati ai mercati azionari, è storicamente massima in prossimità del raggiungimento dei picchi degli indici  borsistici  e minima dopo i crolli dei mercati.

In altre parole significa che quando le azioni sono alle stelle e gli investitori hanno una bassa percezione del rischio (rischio che però in quel momento è enorme), le banche tendono ad assecondare, se non  addirittura ad esasperare questo noto elemento di finanza comportamentale, proponendo prodotti ad alto contenuto azionario, in quanto, vengono ovviamente accettati di buon grado.

Per contro, quando interviene il panico, il rischio è minimo ma la percezione è massima e gli investitori, sempre in virtù dello stesso principio comportamentale, passano le notti insonni,  allora ecco pronto un ottimo sonnifero: una “bella”  polizza Unit Linked che promette di stoppare le perdite e nel contempo mantenere aperto il campo ai  rimbalzi.  Si da il caso che però la struttura dei costi di questi prodotti è tale che non potrà, di certo, permetterete di recuperare alcunchè.  Insomma, come dire cornuti e mazziati.

Quindi, a questo punto la domanda è:  come fare ad ovviare a tutto ciò?  Bè va detto innanzitutto che ancor prima del problema conflitto d’interesse che ripeto, non è certo una prerogativa solo bancaria, esiste a monte una problematica ancor più scottante che crea il terreno fertile affinché  possano prosperare tali conflitti:

L’ASIMMETRIA INFORMATIVA

Che cos’è?  Consiste nel fatto che normalmente il venditore (visto che è il suo lavoro) conosce meglio non solo il prodotto ma più in generale la materia ed il mercato, rispetto a chi sta dall’altra parte e cioè il compratore.  Questo consente al primo, se sa fare il suo mestiere, di poter “intortare” il secondo come e quando vuole.

Naturalmente questo non presuppone affatto la malafede: molto spesso, anzi quasi sempre, gli addetti alle vendite sono a loro volta vittime più o meno inconsapevoli dello stesso problema nei confronti dei loro manager, che come ben sappiamo, sono molto più interessati a “fare i numeri e farli subito” piuttosto che ricercare la soddisfazione duratura del cliente (e del venditore). Infatti, non a caso, si sente parlare sempre più spesso e non solo nel mondo finanziario di “mal di budget”.

Un esempio concreto di asimmetria informativa potrebbe essere questo:  se si decide di acquistare un’auto e ci si reca da un concessionario solo partendo dal marchio, senza aver ben chiaro il modello, la cilindrata, il tipo di alimentazione, la versione, gli optional necessari, e il prezzo (non quello di Quattroruote, ma quello praticato dai concorrenti), sarà ben difficile che si possa immaginare di fare un affare. Ma qualcuno che l’affare lo fa, ci sarà sempre.  A nostre spese.

Giuseppe Andreoli – Studio Andreoli & Taccuso – Mantova

gandreoli.ifa@gmail.com

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